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Giù dai Colli
Santo del Giorno

Perché la vita riprenda i suoi diritti
A] Premessa: La vita è di Dio
 
La vita appartiene a Dio: è Lui che la rende possibile e che la sostiene. Dio è sovrano sulla vita, e solo Lui ne può disporre. Noi - come “persone”- icona - possiamo muoverci in questo campo solo nella misura in cui ci è espressamente consentito. Quando noi sopprimiamo arbitrariamente la vita o semplicemente la danneggiamo, interferiamo colpevolmente nell’opera di Dio, ponendoci come suoi avversari ed esponendo noi stessi ad inevitabili conseguenze.
La vita umana ha poi una sua particolarissima dignità perché l’uomo è una creatura unica nel suo genere e l’unica ad essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio [Gen 1,26-27], pertanto essa deve essere oggetto di particolare onore. 
L’immagine e la somiglianza con Dio in noi è stata - è vero - deturpata e sfigurata a causa del peccato; rimaniamo però creature speciali, destinate all’eternità, la cui vita trascende, si pone oltre, al di sopra, della vita animale o vegetale. Come su certi imballaggi particolarmente fragili, anche sull’uomo-icona sta scritto «maneggiare con cura» e solo secondo quanto ci è espressamente consentito. Se dunque non vogliamo offendere l’immagine di Dio non dobbiamo recare offesa alcuna al nostro prossimo. Inoltre se non vogliamo rinnegare ogni umanità dobbiamo averne cura come della nostra propria carne, dei nostri simili. La Scrittura riferisce questo all’amore e alla cura che il marito deve alla moglie, ma come non riferirlo pure ad ogni essere umano? Dice Paolo: «Così i mariti devono amare le loro mogli, come i loro propri corpi; chi ama la propria moglie, ama sé stesso. Nessuno infatti ebbe mai in odio la sua carne, ma la nutre e la cura teneramente, come anche il Signore fa con la chiesa» [Ef 5,28-29]. Paolo, perciò, ci esorta ad avere amore, pazienza, e a prenderci cura degli altri.
 
B] Esempi di negazione della vita
 
Il fatto che l’uomo sia stato creato “iconicamente” proibisce il togliersi la vita o sopprimere ingiustamente la vita del nostro prossimo, o qualunque altra cosa che lo favorisca. Non Solo. È vietata ogni azione violenta e dannosa che possa ferire il corpo del nostro prossimo. Sarebbero tanti i casi che noi potremmo trattare: il tempo però non ci permette che di esaminarne solo alcuni fra quelli che si potrebbero chiamare “omicidi legalizzati”:
 
l’aborto. L’aborto rimane un grave problema anche per una civiltà che dispone di molti mezzi per evitare la fecondazione e limitare così la sovrappopolazione mondiale. Sopprimere però una vita fin nel grembo materno è comunque un omicidio premeditato che la nostra società legalizza. La Scrittura indica che la vita umana nella sua individualità, inizia al momento del concepimento e il bambino per quanto dipendente dalla madre, non è una parte del suo corpo, ma un’entità distinta e dotata della dignità e dei diritti che Dio assegna ad ogni persona cui dà vita. Oggi, nonostante tutte le giustificazioni che si possono addurre, muoiono più bambini ai quali si è negato il diritto di nascere, che quelli che muoiono per malattia o per incidente. Inoltre perché tanti che lottano magari contro l’estinzione di certe specie animali o contro la pena di morte, paiono insensibili alle stragi di bambini che avvengono quotidianamente negli ospedali, rispetto alle quali lo stesso Erode sfigura? Certo i problemi di povertà, denutrizione e malattia che fanno morire così tanti bambini al mondo sono reali, e devono essere risolti, ma è una soluzione quella di ucciderli prima che vengono alla luce? Che diritto abbiamo di disporre della vita umana che nasce? Spesso è comodo parlare di contraccezione e di aborto per chi non ha interesse che vengano risolti i problemi del nostro mondo;
l’eutanasia, o “buona morte”, cioè il sopprimere la vita di una persona anziana, “per non farla soffrire”, o perché si dice che la sua vita non avrebbe più senso, sospendendone le cure o attivamente procurandone la morte è pure un’infrazione del biblico “non uccidere”. È vero che anche a questo riguardo esistono un sacco di problemi e che certa medicina fa sopravvivere a tutti i costi chi altrimenti sarebbe “naturalmente” morto. Chi ci dà però il diritto di decidere su una vita umana, se debba vivere oppure morire? Con quali criteri decidiamo se la vita di un anziano serve o non serve? Dio può dare significato anche a quell’esistenza che secondo i nostri criteri consideriamo la più irrecuperabile! I valori e lo stile di vita dell’Evangelo di Gesù Cristo possono dare senso e significato anche alle vite più disgraziate. Chi deve decidere se è meglio che una persona non viva più? Nemmeno noi stessi abbiamo il diritto di decidere se vivere o no, perché la vita non ci appartiene, e nessuno di noi può nemmeno giustificare il suicidio, il quale rimane riprovevole per Dio. Oggi persino lo si pubblicizza sui giornali ed esistono associazioni di aspiranti suicidi: è una delle tante aberrazioni sataniche dei nostri giorni. Se una vita manca di senso, ebbene, diamoglielo questo senso, facendo conoscere a questa persona il Salvatore Gesù Cristo! A questi esempi si potrebbero aggiungere decine di altre situazioni in cui la vita umana viene privata del valore e della dignità che Dio gli ha dato, oppure quando noi stessi danneggiamo il nostro corpo con una vita sregolata.
 
C] Si può “uccidere” la vita in tanti modi
 
La Scrittura chiaramente proibisce di uccidere e fisicamente far del male agli altri [omicidio premeditato, aborto, eutanasia, suicidio, esporre noi stessi a rischi non necessari o indulgere in pratiche che danneggiano la nostra salute come il fumo, l’alcool, l’abuso di droghe ...]. Come tutti i comandamenti di Dio, però, esso riguarda non solo le azioni fisiche, ma anche le nostre motivazioni, i nostri pensieri, le nostre parole:
 
con le parole: possiamo “uccidere” qualcuno con le nostre parole, possiamo “assassinare” il buon nome di un altro con le calunnie ed il pettegolezzo, o “ammazzare” il rispetto che ha di sé stesso con scherzi crudeli, deridendolo, o riferendosi a lui con riferimenti degradanti;
 
emotivamente: possiamo “uccidere” altre persone con l’odio e l’invidia. Esiste una sorta di assassinio “interiore” quando odiamo e portiamo rancore, come pure quando dentro di noi desideriamo ledere al nostro prossimo. Anche il sentimento omicida ci è vietato e ci è chiesto un intimo desiderio di conservare la vita del nostro prossimo. Sebbene sia la mano che genera l’omicidio, tuttavia a concepirlo è il cuore, quando è corrotto dall’ira e dall’odio. Anche se lo nascondi e lo cerchi di dissimulare, è certo che odio ed ira non sussistono senza desiderio di nuocere. Chiunque odia suo fratello è un omicida nel suo cuore, dice Giovanni [1 Gv 3,15]. L’odio, infatti, è il seme dal quale può scaturire l’omicidio: è uccidere qualcuno dentro di noi. Prima che il primo omicidio venne commesso «Caino ne fu molto irritato e il suo viso ne fu abbattuto» [Gen 4,5]. Gesù ci insegna questa verità molto chiaramente quando nel discorso sul monte dice: «Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere, e: Chiunque ucciderà sarà sottoposto al giudizio; ma io vi dico: Chiunque si adira verso suo fratello senza motivo, sarà sottoposto al giudizio; e chi avrà detto al proprio fratello: Raca, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: Stolto, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” [Mt 5,21,22]. Controllare il proprio temperamento, quindi, è molto importante. Una rabbia non controllata può essere molto pericolosa. L’ira, come tutte le emozioni, è giusta o sbagliata a seconda delle motivazioni. L’essere arrabbiati contro il peccato, contro la bestemmia, contro il disonore del buon nome di un’altra persona, è positivo. Una rabbia vendicativa e incontrollata è pericolosa e peccaminosa: «Chi è lento all’ira val più di un forte guerriero, e chi domina il suo spirito val più di chi espugna una città» [Pr 16,32];
 
spiritualmente: noi possiamo però anche “uccidere” noi stessi qualcun altro spiritualmente peccando volontariamente e promuovendo il peccato, oppure mancando di condurre gli altri presso Gesù Cristo affinché siano salvati. Immaginate una persona che muore di fame e che implora da mangiare ad un ricco. Il ricco ignora le richieste dell’affamato, si tiene tutto per sé, e l’altro muore. Non è questo una sorta di omicidio? Allo stesso modo noi siamo stati riccamente benedetti dalla Parola di Dio. Se la teniamo tutta per noi e non la condividiamo con chi non la conosce, non diventiamo “spiritualmente assassini”? Immaginate una persona molto malata che si rifiuta di prendere le medicine che le sono state prescritte per la sua salute. Se muore, non è questa un tipo di suicidio? Allo stesso modo Dio ha provveduto una medicina per la malattia mortale che si chiama peccato. Se rifiutiamo questa medicina, non è forse questo un “suicidio spirituale”? Immaginate una persona che stia cercando di persuadere un suo “amico” a bere un bicchiere di veleno dicendogli che si tratta qualcosa di delizioso e rinfrescante, non sarebbe questo un assassinio? Allo stesso modo il peccato è un veleno spirituale. Se una persona cerca di indurre un’altra a peccare, non è forse questo un assassinio spirituale? C’è forse qualcuno che non abbia mai commesso omicidi spirituali? Chi si sia astenuto dal versare il sangue non è per questo innocente del crimine di omicidio. Chi commette realmente oppure medita o macchina o concepisce nel suo cuore qualcosa contro il bene del prossimo, è considerato omicida da Dio. D’altra parte trasgrediamo il comandamento per il nostro atteggiamento di insensibilità, non adoperandoci a far del bene al prossimo, secondo le nostre possibilità e nelle occasioni che si presentano.
 
D] Promuovere attivamente la vita
 
La Scrittura, soprattutto, non si limita a proibire, ma anche prescrive; essa non ha solo a che fare con atti di violenza, ma implica l’attiva preservazione e promozione della vita a tutti i livelli. Si prescrive ogni sforzo legittimo di preservare la nostra propria vita e quella degli altri. Se possiamo fare qualcosa per conservare la vita del nostro prossimo, dobbiamo adoperarci diligentemente sia procurandogli quanto necessario per la vita, sia ovviando quanto è negativo, parimenti aiutandolo e soccorrendolo se si trova nel pericolo o nell’insicurezza. Tutta la Scrittura intende mobilitarci in favore della vita, dell’essere e del benessere, diremmo oggi, di ogni persona umana. Nella Bibbia troviamo numerosi esempi: “Quando Jezebel sterminava i profeti dell’Eterno, Abdia prese cento profeti e li nascose cinquanta in una caverna, e provvide loro pane ed acqua” [1 Re 18,4].  Soprattutto abbiamo l’esempio di Gesù Cristo, il quale ha speso l’intera sua esistenza per far sì che uomini, donne, bambini, senza distinzione alcuna, potessero essere restituiti ad una vita degna di questo nome, nella salute, nella gioia, in una vita piena e dalle prospettive eterne. L’amore fedele, misericordioso, immutabile e perfetto di Cristo per il suo popolo, nonostante i loro peccati, i tradimenti, i fallimenti, e la costante loro indegnità, è l’ideale, il modello stabilito per ogni cristiano. I seguaci di Cristo desiderano, pregano, e si sforzano di camminare sul sentiero tracciato da Cristo, essi desiderano riflettere il suo amore misericordioso e paziente. Essi si rattristano piuttosto perché, a causa del peccato che continua a dimorare nella loro vecchia natura essi non lo possano fare in modo perfetto. Sia nel segreto del nostro cuore che nei fatti delle nostre azioni quotidiane, noi dobbiamo essere riconosciuti come persone che amano e benedicono, come persone che promuovono la vita nel senso più ampio del termine. Dobbiamo assomigliare al nostro Maestro Gesù Cristo. Chiediamogli la grazia di poterlo fare!
 
E] Conclusione
 
Per questo pur critico verso sistemi e progetti storico-politici che rendono disumana la “vita”, il cristiano rimane uomo di ottimismo e di speranza; è convinto che, mentre le ideologie e i sistemi erronei resistono al cambiamento, gli uomini, lui per primo, possono cambiare vita, liberarsi dall’oppressione del potere, convertire il cuore; per questo i “negatori della vita” non sono nemici da distruggere, ma sempre persone da amare. Il cristiano davanti alla vita è sottoposto ad una duplice tentazione: quella di cedere al suo fascino idolatrico e la tentazione di fuggire da essa alienandosi; egli è invitato a “vivere la vita” nella condizione in cui è posto a vivere, collocato in modo permanente sulla frontiera, sul limite tra la vita e la non-esistenza. Infatti c’è un lato dal quale la frontiera unisce: frontiera, confine, limite, bordo, margine sono anche l’insieme dei punti che si hanno in comune con l’altro. Con un’altra persona si ha la stessa frontiera perché la linea di divisione è anche il tratto in comune che si ha con essa, il luogo dei punti in cui ci si tocca. Con-fine vuole dire, infatti, anche contatto, punto in comune. Insomma ci può essere un lato debole del confine, un confine che unifica e non contrappone, un confine in cui la prima parte della parola [con] vince sulla seconda [fine]. In tutte le zone di frontiera quando la tensione non è esplosiva possono nascere complicità e connivenze, indebolimenti consensuali del confine. È inevitabile che laddove c’è separazione si affollino anche tutti i verbi e i sostantivi che iniziano con trans: si transita, si attraversa, si trasporta, si trasferisce, si trasmette, si trapianta e si trasloca, si transige; si possono incontrare trafficanti, traduttori e traditori, traghettatori di transfughi e trasgressori travestiti. Insomma la tendenza alla separazione si fa valere, ma la forza contraria, quella che associa ed unisce, non rimane a guardare e si avvale di tutti i mezzi di cui dispone per salvaguardare e cantare la vita.
 

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