Riflettevo preparandomi sulla differenza tra le possibili formulazioni del titolo: presbitero educatore o educatore presbitero. L’accento cade diversamente nell’uno e nell’altro caso, sul presbitero o sull’educatore, sulla persona o sulle cose che fa, sulle attività educative.
Non c’è separazione, ma la differenza può rivelarsi molto grande. È una differenza di prospettiva, ma una prospettiva è capace di schiudere tutto un mondo o di occultarlo. Partire dall’educatore presbitero, dalle cose che deve fare, rischia la dispersione, anche se sui compiti operativi deve ritornare e si deve misurare il presbitero educatore, il suo essere sacramento di Gesù pastore nella Chiesa e nel mondo.
Ci si deve anche chiedere se la qualifica di educatore riferita al presbitero è pertinente o meno, se tenta di aggiungervi qualcosa o invece ne rappresenta l’esplicitazione di una dimensione costitutiva. Il documento dei Vescovi per il decennio non affronta formalmente, come è ovvio, questi interrogativi (anzi presenta alcuni pochi essenziali riferimenti ai presbiteri, almeno in forma esplicita), ma vi contribuisce e soprattutto li presuppone. Proverò a svolgere la mia riflessione tenendo d’occhio l’uno e l’altro tracciato, perché cresca la coscienza del nostro essere presbiteri nella Chiesa e della nostra partecipazione alla sua missione educativa.
Una verifica anche per noi presbiteri
L’ultimo capitolo degli Orientamenti pastorali, dedicato alle «Indicazioni per la progettazione pastorale», presenta questo inizio di decennio dedicato all’educazione come occasione propizia per una verifica. Già l’«Introduzione» anticipa l’indicazione, che poi sarà esplicitata:
Queste ragioni ci inducono a impegnarci nel decennio pastorale 2010-2020 in un’approfondita verifica dell’azione educativa della Chiesa in Italia, così da promuovere con rinnovato slancio questo servizio al bene della società (n. 4; cf. anche n. 6).
Non si tratta della verifica di una programmazione già svolta, ma della ricognizione della «valutazione dell’impegno educativo per un suo rilancio progettuale», da svolgere «in riferimento all’integralità e alla centralità del soggetto umano» (n. 53). L’occasione è propizia anche per noi – che siamo parte in causa, e in misura non marginale – per verificare la nostra condizione di presbiteri educatori, la qualità della nostra coscienza e del nostro impegno, la loro corrispondenza all’identità sacramentale che ci costituisce.
Dimensione educativa del ministero ordinato
In realtà la dimensione educativa è intrinseca al nostro ministero per una ragione ecclesiologica e sacramentale. Essa è innanzitutto costitutiva della natura e della missione della Chiesa, che è per definizione comunità dei rigenerati, dei rinati, accolti e accompagnati nella loro crescita verso la piena maturità, «fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). Il nostro ministero ordinato serve in forma sacramentale la Chiesa, la quale sussiste e opera grazie al sacramento del battesimo e agli altri sacramenti che i ministri celebrano. Sappiamo bene che la rigenerazione di nuovi figli di Dio è opera divina, del Signore risorto nella potenza dello Spirito Santo; ma sappiamo bene pure che egli stesso ha disposto che la sua potenza agisse attraverso parole e gesti della nostra povera umanità, così che senza il gesto rituale del sacramento in via ordinaria non si compie l’evento della salvezza dal quale ogni singolo credente viene raggiunto. Il nostro ministero è reso, dunque, partecipe del mistero della nascita dei figli di Dio da cui è costituita e di cui vive la Chiesa.
Anche a voler tenere conto solo di questo elemento essenziale, la dimensione educativa entra in gioco per il suo carattere costitutivo di ogni processo di crescita e di maturazione umana. Di fatto l’organismo sacramentale è tale per cui all’iniziazione cristiana (al di là della sua configurazione contingente, nella quale l’aspetto della fase evolutiva è maggiormente posta all’attenzione e seguita) fa seguito non solo la mistagogia, ma soprattutto l’accompagnamento che consente di crescere verso la maturità cristiana. L’Eucaristia costituisce il nutrimento del cristiano maturo, ma insieme già anche del cristiano che tende alla maturità, che alimenta anche con il pane della Parola un cammino che conosce pure un carattere penitenziale e che è sostenuto dalla grazia del sacramento della riconciliazione nel contesto di una comunità cristiana che crede, prega, ama. Lo stesso organismo sacramentale che struttura la Chiesa, fin dall’inizio nell’ascolto della Parola e in una vita di carità fraterna, postula il compito educativo come proprio della comunità cristiana. La Chiesa non sarebbe tale se non si facesse carico di accompagnare la crescita e il processo di maturazione dei suoi figli. Lo fa, naturalmente, mediante una molteplicità di presenze e di servizi, e diciamo pure attraverso l’insieme della vita della comunità dei credenti; ma a guidare e coordinare questo servizio costitutivo ci sono proprio i ministri ordinati, con la loro presidenza della comunità.
Educare e/è generare in persona Ecclesiae
Qualificare il presbitero come educatore equivale, dunque, a esplicitare una sua dimensione costitutiva, ma anche un suo compito impellente. Gli Orientamenti mettono ben in evidenza che tra educare e generare c’è «un nesso stretto» (n. 27), e che educare è un «cammino», cioè «un processo che richiede pazienza» (n. 28). Lo sanno bene i genitori, che accolgono il dono della nascita, dell’atto procreativo, come la grazia di uno straordinario inizio, l’inizio di una nuova creatura che attende di diventare a poco a poco pienamente persona. Nonostante gli stravolgimenti di questa stagione culturale, condividiamo tutti che fare un figlio non è mettere al mondo una nuova creatura, ma far crescere una persona. Generare non è un atto singolo e isolato, ma un compito per la vita.
Ciò che vale sul piano naturale non vale meno sul piano della vita di grazia nella comunità ecclesiale. Con il battesimo viene già all’esistenza un figlio di Dio; ma un battezzato è anche uno che ha il compito, insieme alla possibilità per grazia, di diventare figlio di Dio. La Chiesa è madre non soltanto nell’atto di accogliere al fonte battesimale una nuova creatura, ma anche e non meno nell’accompagnare il battezzato fino alla maturità cristiana e oltre. In questo compito i presbiteri hanno la prima responsabilità, proprio perché costituiti sacramentalmente ministri, nella capacità di agire in persona Ecclesiae. La Chiesa agisce per mezzo e in tutti i suoi membri, ma lo fa con potestà sacramentale ordinata solo nei suoi ministri.
Per noi assume un peso speciale, perciò, quanto ingiunge la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis:«questo santo Sinodo ricorda ai pastori di anime il dovere gravissimo di provvedere a che tutti i fedeli ricevano questa educazione cristiana, specialmente i giovani, che sono la speranza della Chiesa» (GE, n. 2)[1]. Dovere gravissimo significa che non accompagnare dei nuovi cristiani nella loro crescita sarebbe come mettere al mondo dei figli e poi abbandonarli a se stessi. C’è una promessa di vita che viene fatta ai figli quando vengono al mondo; allo stesso modo c’è una promessa di vita divina che viene fatta a coloro che vengono battezzati, una promessa di vita eterna che è Dio stesso a formulare attraverso il nostro gesto sacramentale e che si impegna a mantenere anche attraverso il nostro servizio pastorale.
Ogni presbitero è chiamato ad essere educatore; la sua è una vocazione a sviluppare relazioni generative. In tal senso è innegabile una pertinenza dell’immagine della paternità spirituale riferita al sacerdote[2]. Essa ha una radice e un senso sacramentale, fondati non solo nel battesimo amministrato ma anche nell’ordinazione ricevuta, che supera le significative analogie che indubbiamente valgono per i genitori adottivi e, in senso più lato, per tutti gli educatori, i quali partecipano della primaria responsabilità educativa dei genitori (e a volta la surrogano) e mostrano come, anche solo sul piano naturale, l’accoglienza e l’accompagnamento delle nuove creatura fa appello alla responsabilità della comunità più vasta e della società intera. Ma, appunto, nella paternità spirituale del presbitero cogliamo un’altra dimensione della missione educativa che emana dalla stessa identità del sacerdote. Di lui abbiamo segnalato il suo essere e il suo agire in persona Ecclesiae, ma la Chiesa stessa non è origine a se stessa, è invece come un grande sacramento di Cristo[3], suo corpo attraverso il quale il Cristo glorioso si acquista e unisce a sé una moltitudine di credenti, fratelli e figli di Dio, tempio dello Spirito e popolo di Dio.
Educatore in persona Christi
Allora, nella Chiesa e come Chiesa, i presbiteri, in quanto ministri ordinati, segnati dal sacramento, sono costituiti segno sacramentale di Gesù pastore e agiscono in persona Christi. La signoria di Cristo sulla Chiesa e nei credenti si manifesta nel suo essere non solo l’origine e il fondamento della vita della Chiesa e dell’esistenza cristiana, ma anche il riferimento personale dell’esistenza dei singoli e della comunità. Il battezzato viene conformato a Cristo nello Spirito e l’effetto della sua conformazione tutta intera è interno alla relazione con Cristo che ormai tutto abbraccia della sua esistenza personale ed ecclesiale. Il servizio pastorale del presbitero si configura in maniera peculiare come volto a guidare il battezzato all’incontro con Cristo, perché egli, dalla comunione con la vita divina che si è instaurata per la grazia del sacramento, giunga ad una relazione personale consapevole con Cristo. Il presbitero serve la relazione personale del credente e della comunità con Cristo. E il suo servizio è efficace per la potestà sacramentale e la capacità pastorale che gli sono state conferite con l’ordinazione. Perciò la dimensione educativa non è solo costitutiva del ministero presbiterale, ma rappresenta una delle destinazioni imprescindibili del suo servizio pastorale.
Il riferimento a Cristo ha un carattere esemplare anche sul piano educativo e in modo speciale per il presbitero. E questo in due sensi. Il primo discende dal movimento dell’incarnazione in quanto tale, che conduce il Figlio di Dio a diventare uomo. Diventare uomo significa, e non secondariamente, crescere, maturare, passare attraverso tutte le tappe dell’età evolutiva fino alla maturità. È ciò che avviene anche in Gesù, come attesta il Vangelo: «E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Gesù ha conosciuto che cosa significa venire educato; ha conosciuto che cosa significa essere e diventare figlio. La Lettera agli Ebrei lo esplicita in riferimento al suo sacerdozio: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9). Ha voluto imparare che cosa sia diventare figlio dell’uomo per rendere possibile a noi diventare figli di Dio. Così facendo egli ci trasmette la realtà della sua figliolanza divina per rendercene partecipi, ma ci presenta anche un esempio insuperabile.
L’incarnazione istituisce la condizione di possibilità della nostra figliolanza divina, ma ci offre anche una decisiva indicazione di metodo: educare cristianamente significa aiutare e accompagnare a diventare figli di Dio con e nella Chiesa. Bisogna essere figli e affiancarsi per aiutare altri a diventarlo. Mi piace a questo riguardo sottolineare come diventare educatori sia l’ultima fase di un complesso processo formativo che abbraccia innanzitutto l’essere educato e il lasciarsi educare. Sì, perché se è vero che l’educazione costituisce una fase abbastanza definita, seppure lunga, dell’esistenza nel passaggio alla maturità, è vero anche che l’essere educati non appartiene solo al passato e, per tanti versi, persiste come un’esigenza che accompagna per tutta la vita. Con le nostre scelte noi confermiamo o correggiamo quanto abbiamo o non abbiamo ricevuto nel nostro processo educativo; soprattutto verifichiamo giorno dopo giorno la capacità di apprendere dagli altri e dalla vita, in altre parole la capacità di lasciarci continuamente educare. Ci rendiamo conto che per venire educati bisogna voler essere educati, lasciarsi educare. Queste dimensioni, dunque, in qualche modo coesistono. La nostra capacità di educatori dipende dalla nostra stessa educabilità, dalla nostra capacità di apprendere e di correggerci.
Questo fa capire perché gli Orientamenti insistono sul carattere relazionale del rapporto educativo e sull’atteggiamento degli educatori. Più e meglio di qualunque altro educatore, proprio in ragione del nostro ministero ordinato, siamo chiamati a educare con la verità e l’esemplarità della nostra vita. C’è in questo una straordinaria rispondenza all’esperienza umana dell’educazione come tale. Lo mettono ben in evidenza gli Orientamenti, soprattutto nel terzo capitolo, dedicato alla visione cristiana dell’educazione. In esso la figura dell’educatore viene definita secondo il modello del testimone:
L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla. La passione educativa è una vocazione, che si manifesta come un’arte sapienziale acquisita nel tempo attraverso un’esperienza maturata alla scuola di altri maestri. […] L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale (n. 29).
Ma è vero anche che:
La credibilità dell’educatore è sottoposta alla sfida del tempo, viene costantemente messa alla prova e deve essere continuamente riconquistata (n. 31).
Per questo è nella storia dei santi che troviamo al meglio tratteggiata la figura dell’educatore:
Nell’opera dei grandi testimoni dell’educazione cristiana, secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali della azione educativa: l’autorevolezza dell’educatore, la centralità della relazione personale, l’educazione come atto di amore, una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, la formazione integrale della persona, la corresponsabilità per la costruzione del bene comune (n. 34).
Ciò che si attende di riscontrare in ogni autentico educatore viene richiesto in modo particolare nel sacerdote, del quale non è in questione l’efficacia dell’agire sacramentale, la quale non dipende da lui se non in quanto i segni sacramentali siano compiuti secondo la mente della Chiesa, ma l’efficacia esistenziale, cioè la qualità della mediazione vissuta delle persone di cui il Signore si serve nel porre i suoi gesti di salvezza. Bisogna che la vita dell’educatore parli perché la sua opera educativa si compia. Di fatto c’è anche in questo una profonda analogia nell’educazione umana come tale, che peraltro nell’educazione cristiana non solo non è assente ma invece risalta ed è realizzata in modo insuperabile.
L’educazione, costruita essenzialmente sul rapporto educatore ed educando, non è priva di rischi e può sperimentare crisi e fallimenti: richiede quindi il coraggio della perseveranza. Entrambi sono chiamati a mettersi in gioco, a correggere e a lasciarsi correggere, a modificare e a rivedere le proprie scelte, a vincere la tentazione di dominare l’altro (n. 28).
Si tratta di un itinerario condiviso, in cui educatori ed educandi intrecciano un’esperienza umana e spirituale profonda e coinvolgente (n. 26).
Ma c’è un secondo senso in base al quale il riferimento a Cristo è determinante. Se il termine del cammino di educazione cristiana è perfezione della maturità umana assunta ed elevata nell’incontro con Cristo e nella relazione personale con lui, allora l’educatore deve mostrare in qualche modo questa maturità, non tanto come perfezione completata, ma come termine di una tensione viva, oserei dire quasi divorante. C’è bisogno di una fiamma, c’è bisogno di fuoco per essere educatori. È il fuoco vivo del rapporto personale di fede e di amore con il Signore, che si esprime nella preghiera e diventa l’anima di tutte le attività e di tutte le relazioni. Tocchiamo qui un punto delicato dal rilievo non solo ecclesiale, ma anche antropologico. Non sono le nostre attività sia pure ad alto contenuto pedagogico ad avere principalmente efficacia educativa, bensì la qualità delle nostre persone; direi di più, è l’intensità della nostra vita interiore, spirituale e intellettuale, ad assumere valore educativo decisivo. Anche in questo campo le contrapposizioni e le semplificazioni non vanno bene; ma è chiaro che se le attività e le iniziative non esprimono una interiorità ricca e generosa, perdono gran parte della loro validità ed efficacia.
Non penso, così dicendo, a forme strane, siano ascetiche o entusiastiche, di spiritualità; penso a una spiritualità sobria che sa coniugare serietà e serenità, entusiasmo ed equilibrio, passione e sobrietà. Una vera vita interiore si accompagna ad un rapporto sano con la vita e con la sua conduzione, compresi i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie relazioni; una vita che sa comporre il lavoro con il riposo, l’attività con il silenzio della preghiera, della riflessione e dello studio, la cura di sé e della propria persona con la modestia; soprattutto mostra la libertà e il distacco con cui tutto viene vissuto e accolto, senza voglia di protagonismo e senza tentazioni di dominio sulle cose e sugli altri, convinti come siamo che le persone non devono venire a noi, non devono legarsi a noi, ma essere aiutate da noi ad andare al Signore e a legarsi a lui. Un vero educatore sa fondere in una miscela originale interesse e disinteresse, attaccamento non alle persone ma al loro vero bene, desiderio che una volta mature volino libere nel cielo della vita. Il presbitero c’è, cioè assicura presenza costante e dedizione sincera; non è latitante, come purtroppo spesso si rimprovera a tanti adulti di questo tempo. La qualità interiore che si esprime in uno stile di vita conferisce autorevolezza e predispone gli educandi ad accogliere, anzi a far proprio, ciò che vedono e percepiscono del nostro mondo interiore e del nostro rapporto con il Signore.
Non dobbiamo mai perdere di vista che nessun’altro può dare ciò che è affidato al nostro ministero. E poiché il nostro ministero non è una funzione ma una identità sacramentale, la forza educativa del nostro servizio è legata alla sintesi che si realizza nella nostra vita tra esistenza personale e servizio pastorale. In questo modo si adempie, in misura e forma senza confronti, ciò che avviene in ogni relazione educativa, nella quale ciò che si riceve viene fatto proprio non per imitazione o mera ripetizione, ma per risveglio e esplicitazione di ciò che è contenuto nel mondo interiore dell’educando. Il fatto straordinario è che viene veramente fuori nell’educando ciò che è stato visto e apprezzato e amato nell’educatore, nella sua persona prima, oltre che in ciò che dice e fa. Ciò che l’educatore cristiano, e in modo unico, cioè sacramentale, il presbitero opera, è qualcosa di simile ma anche infinitamente straordinario, è far emergere e assumere come proprio e personale da parte dell’educando ciò che egli porta dentro di sé (di umano plasmato dalla rinascita in Cristo) per la grazia del battesimo e per la presenza del Signore che vive in lui, per accompagnarlo nel suo cammino di vita nella comunione della Chiesa. Questo può farlo solo il presbitero educatore; di qui la grave responsabilità che ci tocca.
Il presbitero educatore, costruttore di comunità a partire dalla liturgia
Per essere completata la nostra verifica ha bisogno di estendersi, però, anche al campo più propriamente operativo, della nostra azione pastorale. A questo riguardo non vorrei tanto accennare a singole attività pastorali – anche se una parola vorrei dirla sulla liturgia –, come la predicazione, la catechesi, la formazione, il dialogo personale, l’attività caritativa, e così via. Vorrei piuttosto portare l’attenzione sull’importanza di ricostruire il tessuto della comunità cristiana. Di questa parlo in termini di modello educativo concreto.
Intendo qui per modello educativo […] l’immagine concreta di maturità e di umanità realizzata che passa attraverso quell’insieme costituito dalle singole persone, dalle loro relazioni, dalla condivisione dell’esperienza e dell’ambiente di vita, dalle forme e dai contenuti delle relazioni con il vasto mondo con cui in una molteplicità incalcolabile di modi si viene in misura crescente a contatto [4].
Gli Orientamentisegnalano, non a caso, il superamento della forma tradizionale di coerenza del modello educativo a motivo dello sfaldamento di pressoché tutte le sue componenti[5].
Si diventa umani venendo introdotti dentro una visione e una esperienza del mondo come dotato di senso, affidabilità, coerenza, unità. L’educazione è il complessivo servizio specifico finalizzato a tale introduzione nella realtà. Ma essa ha bisogno di un concreto mondo vitale per compiersi, poiché non può trasmettersi come una tecnica specifica o una competenza settoriale; non riguarda innanzitutto un saper fare o delle nozioni, informazioni, conoscenze, ma la percezione dell’orizzonte entro cui siamo collocati e in cui possiamo abbracciare e utilizzare tutte le informazioni e le abilità possibili.
È richiesto il ripristino nella luce della nostra coscienza della visione di un «umanesimo integrale e trascendente»[6] come condizione di una «proposta educativa integrale»[7] che abilita alla capacità di elaborare e abbracciare il proprio progetto di vita[8]. Nel momento in cui il mondo che abbiamo alle spalle, anche come mondo cristiano, comincia a mostrare le prime crepe e sembra venir meno, nella consistenza e nella forma in cui l’abbiamo conosciuto, ci rendiamo conto che senza un mondo di vita credente, senza un orizzonte cristiano socialmente delineabile, ogni opera educativa cristiana appare precaria se non proprio compromessa, perché affidata al deserto dell’individualismo. Nasce da qui la convinzione che il rilancio della nostra azione educativa deve mirare al consolidamento e alla ricostruzione di un tessuto connettivo del modello educativo da proporre alle nuove generazioni. Per introdurre altri a stare al mondo da cristiani bisogna che si veda in qualche modo come si vive già nel mondo da cristiani: questo è il cuore di ogni opera educativa e da ciò dipende la necessità di modelli educativi da proporre concretamente come ambienti di vita, di esperienza, di pensiero. Ritengo questa la maniera più idonea di recepire e perseguire, almeno come linea prospettica, l’indicazione degli Orientamenti circa l’esigenza di alleanza educativa[9]. Questo significa la rigorosa subordinazione di tutte le specifiche proposte pastorali al progetto unitario, ma anche la loro capacità di veicolare il disegno d’insieme, ovvero l’esperienza e la visione cristiana della realtà, proprio per «offrire un’esperienza integrale della fede e della vita cristiana»[10] [11].
C’è bisogno dunque di un soggetto-comunità che lasci intravedere un orizzonte sociale cristiano, perché innanzitutto ecclesiale, al fine di sostenere e accompagnare tutti gli attori dei percorsi educativi e dell’azione pastorale in generale. Anche a voler considerare rilevante sul piano educativo, che tocca comunque giovani e meno giovani, tutta l’azione pastorale, è proprio il contesto comunitario a far vivere, alimentare, dare coraggio e senso del futuro e della prospettiva, forse semplicemente senso di vita a tutti coloro che si trovano a operare in distinti settori della comunità ecclesiale. [… C’è] bisogno di una comunità reale e viva. Non parliamo di una comunità idealizzata, perfetta, rispondente a tutti gli schemi da manuale che possiamo conoscere a menadito, ma di realtà comunitarie in cui sussistono le articolazioni fondamentali della Chiesa e della vita cristiana. [E su questo abbiamo ancora tante potenzialità all’attivo e moltissimo dipende da noi presbiteri] Ciò di cui manchiamo spesso è la coscienza del valore delle nostre realtà comunitarie concrete, il cui patrimonio ecclesiale di grazia e di pratica cristiana conserva un valore immenso rispetto alle attese della missione cristiana nel campo non solo educativo ma anche di evangelizzazione. Tante volte il tarlo dello scoraggiamento rappresenta l’insidia e il demolitore più pericoloso. Quando invece un senso di vitalità soffia e anima una comunità, allora diventa possibile elaborare progetti e fare programmi. Una rivitalizzazione in campo pastorale ed educativo dovrebbe assicurare almeno alcune caratteristiche.
La prima di queste è la cura della liturgia come primo fattore unificante e integrante tutta l’azione pastorale ed educativa. Proprio di fronte all’inevitabile esigenza di attività distinte per finalità differenziate e per competenze diverse, la liturgia si presenta come luogo ed esperienza di integrazione dell’intera comunità come tale[12].
In essa il soggetto non solo sostanzialmente, ma anche formalmente operante, è il Cristo Risorto che, nella potenza dello Spirito Santo, incorpora in sé la Chiesa intera, offre al Padre il culto gradito conseguendo la trasformazione e la santificazione dei credenti. Partecipare con fede alla liturgia ha una efficacia formativa, e diciamo pure educativa, che non ha paragone con nessun’altra azione ecclesiale[13]. La liturgia può essere considerata il quadro unificante di tutta l’azione pastorale, in cui tutti indistintamente si ritrovano e a partire dalla quale prendono avvio tutte le iniziative dirette a persone o a gruppi. L’assemblea liturgica esprime ed esalta la dimensione comunitaria e cattolica o popolare della Chiesa. Da essa nessun fedele deve essere escluso. Ma, soprattutto, in essa ogni fedele deve poter trovare il nutrimento essenziale e la possibilità di una partecipazione fruttuosa. La cura della liturgia diventa allora un compito di prima grandezza, di fronte al quale ogni altra cosa deve essere subordinata e posposta. La celebrazione liturgica, in modo particolare dell’Eucaristia, non può essere considerata una tra le tante cose che si fanno in una parrocchia; la qualità della preparazione e lo stile della celebrazione devono poter dire eloquentemente che essa è davvero l’evento più importante in assoluto, di fronte al quale ogni attività cede il posto e l’attenzione. Una scelta del genere diventa automaticamente l’atto educativo più significativo della vita di una intera comunità, perché dice la sua fede nel primato di Dio e l’abbandono fiducioso a lui[14].
Vorrei aggiungere che la partecipazione fruttuosa alla celebrazione liturgica, insieme e nella grazia che rigenera e salva, produce effetti che bisognerebbe definire propriamente educativi su tutti quanti la condividono. Crea lo stesso modo di pensare, affina le sensibilità, rende attenti gli uni agli altri, insegna che ciascuno ha il suo posto nella comunità e che tutti i servizi sono preziosi e necessari e che se ognuno fa il suo servizio tutti riceviamo ciò di cui abbiamo bisogno; soprattutto sperimentiamo che il primo fondamentale servizio nella comunità è starci attivamente da credenti, e attivamente non significa necessariamente facendo qualcosa di speciale e di visibile, ma con l’attenzione interiore sempre protesa al Signore e ai fratelli. Perché il servizio primo e più grande nella liturgia è esserci, vigili, con fede e preghiera. Nella partecipazione appropriata alla celebrazione liturgica impariamo che l’ostacolo più grande alla pastorale integrata, insieme all’inerzia, all’indifferenza e alla pigrizia, sono i personalismi e i protagonismi inopportuni; e questo riguarda tutti, anche chi presiede. Tutti siamo chiamati ad un’attività umile, discreta, ma anche generosa ed efficace in ciò che ci è chiesto e ci compete. Partendo da una liturgia così voluta e vissuta, la strada per una pastorale integrata è spianata. Il suo stile infatti si irradia naturalmente in tutti gli aspetti della vita comunitaria e personale. Un presbitero, un catechista, un lettore, un operatore della Caritas o chiunque altro della comunità, sarà irradiazione (educante) dell’intera comunità non solo in forza del servizio che svolge ma del suo modo di essere e di agire in tutto e dovunque[15].
Note






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