CONVEGNO ANNUALE 2008
Con il cuore di Don Bosco in una società di valori deboli
Sono state due meravigliose giornate quelle trascorse in compagnia con Don Enrico Peretti, Delegato nazionale exallievi/e di Don Bosco, e Antonio Cascione, Presidente della Federazione ispettoriale Pugliese. Il tradizionale Convegno annuale di Molfetta, momento più qualificante per l’impegno educativo, ha costituito l’occasione per riprendere non soltanto le linee programmatiche della nostra Associazione, ma anche di profonda comunione umana e spirituale.
Il tema che ci ha accompagnato, ha riguardato innanzitutto i nuovi compiti e i nuovi modelli educativi che oggi abbiamo il dovere di proporre. Lo stile è sempre lo stesso: un salesiano è prima di tutto un exallievo che ragiona con il cuore di Don Bosco. Ma proprio per questo, il nostro ricordo, la nostra memoria, ci riporta a riflettere sul fatto che la nostra è una Famiglia spirituale con il compito primario, se non esclusivo, di educare i giovani, non toglierli il “pane quotidiano dell’educazione” come ha evidenziato Don Enrico.
In una società come la nostra che ha scelto la via inquietante di valori deboli ma pervasivi (tema dei due giorni), esiste il pericolo della “pedofobia”, la paura di avvicinarsi ai giovani, l’incapacità, il timore di educare. Da sempre Don Bosco ci chiede di far proprio l’impegno dei giovani, di essere testimoni credibili di questa passione educativa. Perciò interrogarci su cosa vuol dire essere salesiani oggi significa riconoscere innanzitutto che c’è un’urgenza educativa che ci rende responsabili.
Ma spesso tale responsabilità ci porta ad un equivoco di fondo: educare non è solo tenerezza, come potrebbe equivocare qualcuno, ma al momento giusto anche fermezza: saper additare itinerari credibili, a lunga durata. La capacità di Don Bosco fu proprio quella di fare proposte grandi, quella di proporre ai giovani i propri sogni.
Un giovane che vive nella banalità e nella superficialità è un ragazzo che non vive grandi sogni, che non ha imparato a fare progetti credibili per il futuro. I modelli di vita odierni, stanno producendo nei cuori, insicurezza e fragilità. Stiamo generano pian piano una generazione di giovani insicuri, paurosi, che vivono consumando perchè incapaci di progettare il futuro.
Oggi vengono proposti dei modelli deboli in cui l’unico orizzonte di senso è quello del successo e del profitto. Perciò la domanda di fondo non è quali sono i miti che abitano le loro coscienze, quanto piuttosto a chi si confidano, a chi offrono le loro aspirazioni e le loro esigenze. Basta dare un’occhiata ai blog invasi di messaggi che non sono altro che l’espressione di un profondo sintomo di vuoto esistenziale.
Ecco dunque la risposta forte in cui ci siamo ritrovati: quella che riguarda la Presenza, soprattutto per la figura genitoriale. L’educazione lo ribadiamo è innanzitutto Presenza, cioè attenzione nei riguardi di queste esigenze intime del giovane, capace di diventare il tempo della confidenza, determinato dalla presenza nel quotidiano, nel tempo delle esperienze condivise, nel tempo, lo possiamo dire, “sacrificato”, tolto magari ad altri impegni. L’educativo non consiste tanto nell’impiegare il ritaglio di tempo, ma nel tempo tolto a qualcos’altro di altrettanto importante. Dare valore significa dare priorità nelle scelte.
Ma il valore della presenza viene imparato non tanto nel fatto che imponiamo al giovane un impegno, ma nel fatto che questo stesso impegno lo pratica anche l’educatore. Quando abbiamo impariamo a pregare? - ci ricordava Don Enrico Peretti. Quando ci hanno chiesto di farlo? Anche! Ma ancor prima quando abbiamo visto farlo da altri prima di noi, soprattutto dai modelli che ci sono stati più vicini, i genitori. In ciò assume valore la testimonianza viva, quello che noi chiameremmo il “buon esempio”, la coerenza morale. Imparano quello che noi diamo, e ancor prima quello che noi siamo. Perciò è importante la ripetizione di gesti buoni.
Il nostro invito è perciò di rimetterci in discussione come educatori come presenza attenta, vigilante, promozionale. Per noi, recuperare questo spirito salesiano nell’insegnamento di Don Bosco è il compito più alto a cui ci affidiamo.
Il tema che ci ha accompagnato, ha riguardato innanzitutto i nuovi compiti e i nuovi modelli educativi che oggi abbiamo il dovere di proporre. Lo stile è sempre lo stesso: un salesiano è prima di tutto un exallievo che ragiona con il cuore di Don Bosco. Ma proprio per questo, il nostro ricordo, la nostra memoria, ci riporta a riflettere sul fatto che la nostra è una Famiglia spirituale con il compito primario, se non esclusivo, di educare i giovani, non toglierli il “pane quotidiano dell’educazione” come ha evidenziato Don Enrico.
In una società come la nostra che ha scelto la via inquietante di valori deboli ma pervasivi (tema dei due giorni), esiste il pericolo della “pedofobia”, la paura di avvicinarsi ai giovani, l’incapacità, il timore di educare. Da sempre Don Bosco ci chiede di far proprio l’impegno dei giovani, di essere testimoni credibili di questa passione educativa. Perciò interrogarci su cosa vuol dire essere salesiani oggi significa riconoscere innanzitutto che c’è un’urgenza educativa che ci rende responsabili.
Ma spesso tale responsabilità ci porta ad un equivoco di fondo: educare non è solo tenerezza, come potrebbe equivocare qualcuno, ma al momento giusto anche fermezza: saper additare itinerari credibili, a lunga durata. La capacità di Don Bosco fu proprio quella di fare proposte grandi, quella di proporre ai giovani i propri sogni.
Un giovane che vive nella banalità e nella superficialità è un ragazzo che non vive grandi sogni, che non ha imparato a fare progetti credibili per il futuro. I modelli di vita odierni, stanno producendo nei cuori, insicurezza e fragilità. Stiamo generano pian piano una generazione di giovani insicuri, paurosi, che vivono consumando perchè incapaci di progettare il futuro.
Oggi vengono proposti dei modelli deboli in cui l’unico orizzonte di senso è quello del successo e del profitto. Perciò la domanda di fondo non è quali sono i miti che abitano le loro coscienze, quanto piuttosto a chi si confidano, a chi offrono le loro aspirazioni e le loro esigenze. Basta dare un’occhiata ai blog invasi di messaggi che non sono altro che l’espressione di un profondo sintomo di vuoto esistenziale.
Ecco dunque la risposta forte in cui ci siamo ritrovati: quella che riguarda la Presenza, soprattutto per la figura genitoriale. L’educazione lo ribadiamo è innanzitutto Presenza, cioè attenzione nei riguardi di queste esigenze intime del giovane, capace di diventare il tempo della confidenza, determinato dalla presenza nel quotidiano, nel tempo delle esperienze condivise, nel tempo, lo possiamo dire, “sacrificato”, tolto magari ad altri impegni. L’educativo non consiste tanto nell’impiegare il ritaglio di tempo, ma nel tempo tolto a qualcos’altro di altrettanto importante. Dare valore significa dare priorità nelle scelte.
Ma il valore della presenza viene imparato non tanto nel fatto che imponiamo al giovane un impegno, ma nel fatto che questo stesso impegno lo pratica anche l’educatore. Quando abbiamo impariamo a pregare? - ci ricordava Don Enrico Peretti. Quando ci hanno chiesto di farlo? Anche! Ma ancor prima quando abbiamo visto farlo da altri prima di noi, soprattutto dai modelli che ci sono stati più vicini, i genitori. In ciò assume valore la testimonianza viva, quello che noi chiameremmo il “buon esempio”, la coerenza morale. Imparano quello che noi diamo, e ancor prima quello che noi siamo. Perciò è importante la ripetizione di gesti buoni.
Il nostro invito è perciò di rimetterci in discussione come educatori come presenza attenta, vigilante, promozionale. Per noi, recuperare questo spirito salesiano nell’insegnamento di Don Bosco è il compito più alto a cui ci affidiamo.






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