Il giorno 24 maggio 2009, alla presenza di numerosi Exallievi ed Exallieve di Don Bosco e di rappresentanti della Famiglia Salesiana locale e di altre Unioni della Puglia, l'Unione di Bari ha celebrato il suo Convegno annuale.
L'incontro ha avuto inizio con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Delegato locale, Don Ferdinando Lamparelli.
Subito dopo ci sono stati i saluti da parte del Presidente dell'Unione di Bari, Renato Esposito, del Delegato Regionale, Don Tommaso De Mitri, e del Direttore della Casa, Don Lello Ieva.
È seguito l'intervento della Prof.ssa Gabriella Carella, che ha presentato il tema: "Diritti umani e famiglia nella società globalizzata: attualità ed attuazione del sistema preventivo".
Al termine, tra il plauso generale dei convenuti, sono seguiti alcuni interventi.
Prima della "fatidica foto di gruppo", c'è stata la consegna di alcune benemerenze:
L'incontro ha avuto inizio con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Delegato locale, Don Ferdinando Lamparelli.
Subito dopo ci sono stati i saluti da parte del Presidente dell'Unione di Bari, Renato Esposito, del Delegato Regionale, Don Tommaso De Mitri, e del Direttore della Casa, Don Lello Ieva.
È seguito l'intervento della Prof.ssa Gabriella Carella, che ha presentato il tema: "Diritti umani e famiglia nella società globalizzata: attualità ed attuazione del sistema preventivo".
Al termine, tra il plauso generale dei convenuti, sono seguiti alcuni interventi.
Prima della "fatidica foto di gruppo", c'è stata la consegna di alcune benemerenze:
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del "Distintivo d'Oro" all'exallievo Giovanni Nitti, per il suo esemplare attaccamento a Don Bosco, ai giovani e all'Associazione, in occasione anche del suo cinquantesimo anno di exallievità. A consegnare la benemerenza è stato il Presidente Ispettoriale della Federazione Pugliese, Antonio Cascione, su mandato del Presidente Nazionale Bernardo Cannelli;
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di due "Targhe" al Prof. Oronzo Mastrandrea ed al Dott. Cesare Buonvino, in segno di riconoscenza, per l'assidua presenza e per il continuo sostegno morale e materiale a favore dell'Unione di Bari per realizzare il bene della gioventù.
La giornata si è conclusa con l'agape fraterna.
Diritti umani e famiglia nella società globalizzata: attualità ed attualizzazione del sistema preventivo
L'oggetto della mia relazione richiede qualche breve parola di introduzione per illustrarne l'origine e la finalità. Quando ho ricevuto l'invito a trattare un tema che si inserisse nella spiritualità salesiana, mi sono ispirata ai messaggi e alle strenne del Rettor maggiore e, tra questi, in particolare nella strenna del 2008, ho trovato l'invito ad educare ai diritti umani. In quanto internazionalista, i diritti umani sono per me materia costate di studio e quindi non potevo che farmi attrarre da questo tema di nuova pastorale, soprattutto giovanile. I diritti umani non sono norme giuridiche paragonabili alle altre norme dell'ordinamento perché non si può pensare di attuarli solo con l'imposizione dall'esterno, per il tramite della sanzione e della repressione. Essi, per essere realizzati, richiedono una adesione dall'interno e il consenso del cuore che si conseguono solo per il tramite dell'educazione della persona. Quando si parla di educazione, un posto di rilievo è occupato dai Salesiani che dispongono di un sistema educativo, il sistema preventivo di don Bosco, apprezzato da tutti, laici e cattolici, come potente strumento di formazione. Ecco quindi che è nata l'idea di approfondire la sinergia tra diritti umani e sistema educativo di don Bosco, sinergia circolare perché ciascuno dei due sistemi si arricchisce reciprocamente.
Dividerò il discorso in tre parti. Nella prima, descriverò brevemente l'evoluzione internazionale dei diritti umani evidenziandone la profonda compatibilità con il metodo preventivo. Nella seconda parte, valuterò il contributo che il sistema dei diritti umani può offrire al metodo preventivo, in termini di arricchimento di contenuti e aggiornamento degli obiettivi. Infine, prendendo spunto esemplificativamente da alcune problematiche che si pongono nell'ambito della famiglia, passerò a considerare l'arricchimento che il sistema preventivo può dare, a sua volta, ai diritti umani sul piano di una acquisizione di senso e di fondamento che li metta al riparo da relativizzazioni e svuotamenti.
Ogni parte vorrei caratterizzarla con una sigla, una icona tratta dalla Parola che ne riassuma il significato.
Comincerò con la straordinaria affermazione di san Paolo nella lettera ai Galati (3, 28): " Non c'è più giudeo, né greco; non c'è più schiavo né libero, non c'è più uomo né donna perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". E' l'enunciazione dei diritti umani derivanti da una dignità identica e condivisa che è fondata sull'appartenenza al corpo di Cristo, per cui vi è diversità di carismi, ma non di sostanza. Questa idea di radice cristiana ha impiegato molto tempo per tradursi nel diritto positivo. La prima affermazione si è avuta a livello di ordinamenti interni con le Dichiarazioni di diritti della Virginia, francese, americana e con le prime costituzioni. Il grande salto di qualità è stato realizzato, però, con l'internazionalizzazione della tutela dei diritti umani che sembra concretizzare sul piano giuridico positivo la universalità dei diritti sognata sul piano filosofico-ideale.
Il passaggio è avvenuto alla fine della seconda guerra mondiale e l'atto fondativo è stato la Dichiarazione dei diritti umani adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948. Essa ha voluto inaugurare un nuovo ordine mondiale da sostituire alle ideologie dei regimi sconfitti che avevano sostenuto principi di superiorità di una razza sulle altre, di asservimento dell'uomo all'uomo, fino alla tragica ed aberrante esperienza del genocidio.
La dichiarazione segna l'alba di una concezione politica di superamento della ragion di Stato e di considerazione dello Stato non come un fine in sé, ma come mezzo per la soddisfazione dei bisogni dell'individuo. Essa, inoltre, determina il superamento della concezione del diritto internazionale come imperniato sulla sovranità dello Stato; da garanzia e tutela della sovranità, il diritto internazionale diventa limite allo strapotere degli Stati a favore delle esigenze della società civile universale.
La Dichiarazione è a prevalente ispirazione liberale, ma rispecchia anche istanze di diversa matrice culturale e ideologica che le conferiscono realmente un carattere universale. Essa risponde, ad esempio, alle istanze di ispirazione cristiana tese a valorizzare l'uomo nelle formazioni sociali in cui si realizza la sua personalità, a cominciare dalla famiglia. Inoltre, nonostante sia stata adottata con l'astensione dell'Unione sovietica e dei paesi socialisti, essa accoglie anche la categoria dei diritti economici, sociali e culturali. Ciò spiega il successo che ha avuto come ispiratrice di costituzioni interne dei paesi di nuova indipendenza e anche di atti internazionali successivi, quali la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, adottata il 28 giugno 1981, e la Carta araba dei diritti dell'uomo adottata dalla Lega degli Stati arabi nel 1994 e poi sostituita da una nuova carta nel 2004.
La Dichiarazione può essere paragonata all'evangelico granello di senape perché, pur trattandosi di un atto giuridicamente "debole", in quanto non obbligatorio, ha avuto una influenza morale enorme e ha determinato la nascita di un albero dal tronco robusto e dai mille rami, costituito dai numerosi atti internazionali (più di cento) in cui sono state riconosciute e garantite le varie categorie o "generazioni" di diritti. La prima generazione è costituita dai diritti civili e politici (di eguaglianza, di libertà personale, di libera manifestazione del pensiero, di associazione, di rispetto della privacy, ecc.) che sono proclamati, ad esempio, nel Patto sui diritti civili e politici adottato dall'Assemblea generale dell'Onu nel 1966. La seconda generazione di diritti include i diritti economici, sociali e culturali che implicano obblighi positivi di intervento dello Stato e si rifanno all'ideologia socialista, ma anche al solidarismo cristiano (diritto al lavoro, all'assistenza medica e sociale, alla sicurezza sociale, di educazione). Nella terza generazione di diritti si annoverano il diritto di autodeterminazione, all'ambiente, allo sviluppo, alla pace. Si tratta di diritti collettivi fondati sull'idea che il riconoscimento di determinati diritti a comunità o collettività costituisce la premessa per il godimento di diritti individuali: non è possibile, infatti, realizzare questi ultimi se l'intera popolazione è sottoposta a dominio straniero o versa in condizioni di sottosviluppo .La quarta generazione è quella dei diritti da difendere rispetto non al potere politico, ma agli sviluppi tecnologici e scientifici. Vi rientrano il divieto di clonazione e di pratiche eugenetiche, il principio del consenso informato, il divieto di commercializzazione di organi e dell'eutanasia. Tali diritti sono contemplati, ad esempio, nella Convenzione di Oviedo sulla protezione dei diritti umani e della dignità umana rispetto alle applicazioni della biologia e della medicina del 4 aprile 1997, cui è aggiunto un protocollo del 1998 sul divieto di clonazione umana.
La distinzione tra diritti è stata invocata per introdurre distinzioni di importanza e di valore, spesso ideologicamente orientate a sminuire i diritti stessi. Così, nella concezione del liberalismo occidentale, veri diritti sono solo quelli civili e politici, mentre quelli economici e sociali sono considerati programmatici, non immediatamente azionabili; nella concezione socialista, invece, è la realizzazione dei diritti economici e sociali a prevalere e a richiedere perfino il sacrificio dei diritti civili. Nei Paesi in via di sviluppo, inoltre, l'affermazione dei diritti collettivi è stata intesa strumentalmente come asservimento dei diritti individuali alle esigenze della società, spesso identificata nei gruppi al potere.
Tali contrapposizioni oggi sono state superate per pervenire all'idea della unitarietà e interdipendenza dei diritti: tutti i diritti hanno lo stesso valore e la stessa importanza e sono interdipendenti nel senso che la realizzazione di un singolo diritto condiziona quella di tutti gli altri, nonché nel senso che la violazione del diritto di uno è violazione del diritto di tutti. Tra realizzazione dei diritti civili e politici e realizzazione dei diritti economici e sociali,ovvero tra diritti individuali e collettivi, non esiste un rapporto di subordinazione, ma una relazione di reciprocità vitale. Essi si alimentano vicendevolmente innescando un circolo virtuoso e si annullano vicendevolmente mettendo in moto un circolo vizioso.
I principi di fondo della tutela internazionale dei diritti umani vanno ravvisati quindi nella universalità, unitarietà, interdipendenza che possono riassumersi nel motto: tutti i diritti per tutti.
A tali principi va poi aggiunto quello della vulnerabilità. Una linea di sviluppo della tutela dei diritti umani, infatti, dopo aver assicurato i diritti di tutti, è stata quella di riconoscere specifiche garanzie a soggetti che si trovano in condizione di particolare debolezza. In applicazione del principio della vulnerabilità, sono stati particolarmente tutelati i diritti della donna ( con la Convenzione adottata dalle Nazioni Unite nel 1979), del fanciullo (con la Convenzione del 1989) e, da ultimo, delle persone con disabilità (con la convenzione adottata dalle Nazioni Unite nel 2007).
Nel caso dei soggetti vulnerabili, l'ottica adottata è stata quella di superare la concezione assistenziale fondata su forme di aiuto che ne perpetuano la situazione di soggezione e di dipendenza, a favore di un impegno a rendere tali soggetti protagonisti della propria vita, trasformandoli da oggetto di protezione in soggetto di diritti. Un esempio di tale nuova concezione può essere tratto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo con riguardo al diritto all'educazione. Negli atti precedenti quale, ad esempio, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 - viene affermato il diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni filosofiche e religiose. Ciò costituisce già un progresso rispetto all'esperienza dei regimi totalitari che utilizzano l'istruzione come mezzo di indottrinamento e di propaganda politica. La norma è ispirata al principio di sussidiarietà e alla valorizzazione delle formazioni intermedie e della famiglia; essa consacra il pluralismo nella misura in cui dalla libertà di istruzione derivano la libertà di istituire scuole, la libertà di insegnamento privato e la libertà di scelta tra scuola pubblica e privata. Non viene, tuttavia, affermato il diritto del fanciullo a fare scelte, ad esprimere la propria opinione nella individuazione del percorso formativo. Nella Convenzione sui diritti del fanciullo, invece, la libertà di pensiero e di istruzione viene riconosciuta direttamente al fanciullo. Ai genitori è affidato invece il ruolo di guidare e orientare il figlio in maniera corrispondente allo sviluppo della sua capacità, in funzione del superiore interesse del fanciullo stesso e con il diritto di quest'ultimo di esprimere la propria opinione in ogni decisione che lo riguardi. I genitori quindi non hanno diritti propri, ma un ruolo di guida subordinato all'interesse del fanciullo, alla sua opinione e ai suoi diritti e progressivamente sempre meno rilevante.
Il passaggio da una mentalità di tutela al pieno protagonismo della propria vita si registra da ultimo nella Convenzione sulle persone disabili nella quale si passa da una concezione di medicalizzazione alla configurazione sociale della disabilità. La idea di fondo che sottende l'intera convenzione è che la disabilità non è uno stato "naturale" insuperabile che ostacola l'esercizio dei diritti, ma la conseguenza di un'interazione tra la persona ed il modo di essere dell'ambiente che la circonda, ricco di ostacoli che impediscono la piena partecipazione. La Convenzione in parola opera un rovesciamento di ottica, una rivoluzione copernicana. Non è il disabile che non può integrarsi nella società, ma la società con le sue strutture ed infrastrutture che impedisce una piena partecipazione del disabile alla vita sociale e dà quindi vita alla disabilità. La prospettiva da cui si guarda cambia in questo caso la sostanza delle cose e la possibilità di eliminare l'handicap e quindi la disabilità. Se si ritiene che l'ostacolo che gli individui incontrano nella piena partecipazione alla società sia connesso inscindibilmente alle caratteristiche individuali, l'handicap non può essere superato. Qualora, invece, si ritenga che lo svantaggio scaturisca da un'incapacità della società e delle sue strutture di adattarsi alle diverse esigenze, si può, rendendo accessibile il contesto sociale ed infrastrutturale, eliminare l'handicap. La disabilità è quindi una condizione "sociale" di minorità che lo Stato ha l'obbligo di rimuovere con azioni positive.
Come si colloca rispetto allo sviluppo della tutela internazionale dei diritti umani il metodo preventivo salesiano? Prima di passare a questa seconda parte del discorso, vorrei ancora una volta premettere una icona traendola dal Vangelo di Matteo (13,52): è l'immagine del padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose vecchie e cose nuove. I diritti umani e il metodo preventivo fanno parte del nostro tesoro: i primi sono nuovi, il secondo è vecchio. Il metodo preventivo è stato elaborato in una società rurale e in parte preindustriale, che passava dalla monarchia assoluta a quella parlamentare e in cui si andava appena affermando il suffragio universale: una società ben diversa dalla nostra che è addirittura post-industriale e altamente tecnologica. Cosa può dire oggi questo metodo, come può agire in sinergia con un fenomeno nuovo come i diritti umani? Eppure, come ci dice la parabola di Matteo, non bisogna mai avere un tesoro fatto solo di cose vecchie o solo di cose nuove. Le cose vecchie preparano le nuove e consentono di meglio comprenderle; per tale loro funzione, esse sono attuali, però hanno poi bisogno di essere attualizzate, altrimenti diventano stantie, non più vive.
Così, c'è una grande attualità nel metodo preventivo che prefigura i principi su cui sono fondati i diritti umani. In esso troviamo anzitutto anticipato il principio della unitarietà dei diritti nella misura in cui esso mira allo sviluppo integrale, materiale e morale, della persona. Per Don Bosco, infatti, il presupposto per un progetto educativo vero e proprio è la sollecitudine per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali dei giovani: vitto, vestito, alloggio, sicurezza, lavoro, sviluppo fisico e psichico. A tale sollecitudine si accompagna - e i due momenti non sono cronologicamente separabili - l'educazione vera e propria del giovane volta alla promozione dei suoi diritti civili e politici ed all'espansione della dimensione cognitiva, affettiva ed etica.
Il metodo preventivo, inoltre, anticipa l'idea della centralità della persona che diventa soggetto della propria vita. Don Bosco raccomanda una pedagogia dell'alleanza. Non si tratta di fare per, ma con il giovane, considerato non solo come destinatario, ma come partner dell'azione educativa, valorizzando la sua opinione per orientare ogni intervento al suo bene. E' quindi una pedagogia che precorre i diritti del bambino e dei soggetti in posizione di vulnerabilità.
Nel metodo preventivo troviamo anche attuata, in anticipo sui tempi, l'idea della interdipendenza tra diritti individuali e diritti collettivi. Esso, infatti, opera in un'ottica di promozione del singolo ragazzo o ragazza da educare, ma anche con un preciso riferimento alla trasformazione della società, perché non ci siano più emarginati. Don Bosco è pienamente consapevole della proiezione sociale del suo progetto educativo e di come solo modificando le persone si trasformino dall'interno ed efficacemente le istituzioni.
Infine, il metodo preventivo è fondato sulla straordinaria intuizione del principio del superiore interesse del fanciullo che, affermato nella Convenzione dei diritti del fanciullo, è divenuto oggi un principio consuetudinario riconosciuto a livello universale. Tale principio sottolinea la necessità di conoscere adeguatamente ogni situazione e ogni aspetto della vita del fanciullo e trova la sua affermazione più alta nella pratica dell'attenzione e della conoscenza "uno per uno", affermata da Don Bosco e basilare nel sistema preventivo, che ha radici evangeliche.
Nei suoi principi ispiratori, quindi, il metodo preventivo appare in consonanza con la tutela internazionale dei diritti umani di cui addirittura anticipa le più importanti conquiste.
D'altra parte, i diritti umani possono contribuire all'arricchimento del metodo preventivo; ciò può avvenire in due modi essenzialmente. Anzitutto, essi possono fornire un linguaggio universale per il dialogo con tutte le culture. In un'epoca di pluralismo, infatti, è necessaria una piattaforma comune di intesa ed i diritti umani possono costituire lo strumento per consentire l'inserimento positivo dell'impegno educativo salesiano in tutte le società e presso tutti i popoli.
In secondo luogo, i diritti umani possono attualizzare gli obiettivi del metodo preventivo che sono quelli della formazione del buon cristiano e del bravo cittadino. L'affermarsi dei diritti umani, infatti, ha cambiato profondamente oggi il fondamento e la sostanza della cittadinanza. Il fondamento è l'appartenenza ad una comunità politico-territoriale, la sostanza è data dal complesso di situazioni di vantaggio di cui si gode in virtù di tale appartenenza. Ora, poiché i diritti umani appartengono ad ogni persona in ragione della sua dignità e dell'appartenenza alla famiglia umana, essi superano la cittadinanza in quanto situazione di privilegio, mentre la trasfigurano, allargandola, in quanto espressione di impegno per il bene comune. L'educazione ai diritti umani condotta attraverso il metodo preventivo consente a quest'ultimo di formare persone ben calate nei problemi del loro tempo che, da un lato, si sentono responsabili di quanto accade nel mondo e, comprendendo che i principali problemi non possono essere risolti a livello statale, si impegnano per il perfezionamento della governance globale, per un più equo assetto dei rapporti economici internazionali, per la cooperazione allo sviluppo e la salvaguardia dell'ambiente; dall'altro, si impegnano e sono pronti all'apertura, all'accoglienza, ad una politica di solidarietà verso gli immigrati in nome di un concetto non egoistico, ma umano e globale di cittadinanza.
Se è vero che il metodo preventivo può essere attualizzato dall'apporto dei diritti umani, è anche vero però che c'è in esso una verità senza tempo di cui anche i diritti umani possono beneficiare. A questa terza parte della relazione vorrei premettere non una, bensì due icone: quella della torre di Babele e l'altra del serpente tentatore del terzo capitolo di Genesi che insidia l'essere umano con quel capolavoro di retorica che è la frase: "E' vero che Dio vi ha proibito di mangiare tutti i frutti del giardino?".
Abbiamo visto che la positivizzazione dei diritti umani li ha tratti dal mondo del diritto naturale per dare ad essi un fondamento nella legge. Ma qual è il fondamento di senso? Senza di esso, c'è il rischio di una deriva secondo più direzioni. Una è quella dell'individualismo esasperato nel quale ogni soggetto è elevato ad assoluto con distanza o indifferenza nei confronti del suo prossimo. Se ne colgono le conseguenze negative soprattutto nel diritto di famiglia che dovrebbe essere invece ispirato a concezioni solidaristiche.
La famiglia è contemplata negli atti internazionali sui diritti umani nei quali è tutelata come formazione sociale intermedia, comunità fondata sul matrimonio - cioè su una assunzione di responsabilità - e antropologicamente caratterizzata dalla differenza trai sessi per la realizzazione di una delle sue funzioni che è la generazione fondata sul legame biologico. Nell'art. 12 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ad esempio, è stabilito che: "Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e fondare una famiglia…". L'uso del singolare "diritto" unitamente alla congiunzione "e" evidenziano come matrimonio e famiglia siano una realtà unitaria; inoltre, si tratta dell'unica norma nella quale si fa riferimento a " uomini e donne" perché nelle altre il soggetto è "tutti" e, in alcuni casi, "i cittadini". La Corte europea dei diritti dell'uomo, chiamata ad applicare tale norma, ne ha rifiutato ogni interpretazione evolutiva ritenendo che si riferisca solo alla famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Una apertura a certe sollecitazioni volte a far allargare il concetto di famiglia, tuttavia, è stata compiuta con riguardo alle coppie di fatto eterosessuali sulla base dell'art. 8 che tutela la vita privata e familiare. La Corte ha fatto rientrare nella vita familiare le convivenze, inizialmente con riguardo alla famiglia monoparentale costituita da una madre e dalla figlia naturale. Dai rapporti tra genitore e figlio naturale, la nozione di vita familiare di fatto è stata estesa ai rapporti tra i conviventi, sempre però sul presupposto della differenza di sesso. La Corte esclude invece non solo il matrimonio, ma anche la famiglia di fatto tra persone dello stesso sesso ritenendo che le relazioni tra di esse ricadano piuttosto nell'ambito del diritto alla vita privata. Tale orientamento degli organi di garanzia dei diritti umani appare però soverchiato dalle trasformazioni della società civile nella quale si registrano la moltiplicazione delle partnership, cioè degli accordi di convivenza aperti anche alle coppie dello stesso sesso e l'introduzione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (ad esempio in Danimarca, Olanda, Spagna, Belgio). Si parla non più di famiglia, ma di "famiglie", di molteplici modalità di relazione interpersonale collocabili tutte sullo stesso piano e proposte alla libera scelta di ognuno. Tale sviluppo viene formalizzato nel linguaggio dei diritti umani e nell'art. 9 della recente Carta di Nizza sui diritti umani dell'Unione europea si dispone: "Il diritto di sposarsi e il diritto di fondare una famiglia vanno riconosciuti secondo le leggi interne". Nella formulazione testuale della norma i diritti sono diventati due con la conseguenza che può aversi famiglia anche senza matrimonio; inoltre, non si fa più menzione di uomini e donne, ciò che dà un fondamento di vita familiare anche alle convivenze tra persone dello stesso sesso. Il diritto alla famiglia registra quindi il passaggio da una concezione personalistica ad una individualistica e utilitaristica. La famiglia fondata sul matrimonio esprime una concezione personalistica perché solo la promessa monogamica tendenzialmente indissolubile garantisce la stabilità e solo la stabilità garantisce il maturo sviluppo delle personalità facendo della famiglia un luogo di umanizzazione. I figli crescono sereni se sanno che i genitori si sentono legati da una promessa stabile, ognuno dei due coniugi è anch'egli più sereno se può fare affidamento sulla stabilità della promessa dell'altro. Una formazione sociale di questo tipo ha una funzione di umanizzazione che la contraddistingue e che la rende bisognosa di particolare protezione. Le partnership, le unioni legalizzate (pacs, dico e così via) sono invece contratti stipulati per far fronte ad esigenze concrete e individuali, sostanzialmente a tempo determinato e infatti risolvibili senza particolari formalità. Esse estendono la logica del consumismo ai rapporti tra le persone e consacrano l'ineluttabilità del precariato anche nel mondo degli affetti. Ritenere che tali realtà abbiano la stessa natura e debbano essere sottoposte alla stessa disciplina della famiglia fondata sul matrimonio significa trattare allo stesso modo realtà diverse. Eppure in nome dei diritti di tutti si rivendica tale parificazione: si assiste allora ad un uso politico e mistificante del linguaggio dei diritti umani che diventa fonte di confusione ed interrompe il dialogo, come nella torre di Babele.
Ma c'è di più. L'equiparazione alla famiglia delle convivenze di fatto o legalizzate è funzionale soprattutto alle esigenze delle coppie dello stesso sesso perché quelle eterosessuali se vogliono essere equiparate alla famiglia si sposano, mentre alle coppie dello stesso sesso non è generalmente consentito il matrimonio. Perché le convivenze dello stesso sesso vogliono essere equiparate alla famiglia? Forse perché solo in tal modo esse possono godere di una tutela giuridica, non essere perseguitate e vedersi riconoscere diritti? In realtà, una tutela giuridica generale delle convivenze omosessuali è già configurabile sulla base del diritto al rispetto della vita privata, mentre, quanto ai singoli diritti (ad esempio,in materia successoria, di obbligazioni di mantenimento, ecc.), essi o possono essere conseguiti su base volontaria ( ad esempio facendo testamento a favore del convivente o stipulando preventivamente un accordo in termini di obblighi di mantenimento), oppure sono già previsti nell'ordinamento che già ammette una serie di facilitazioni per i conviventi indipendentemente dal sesso. La retorica utilizzata è quella stessa del serpente in Genesi: si lascia intendere, per creare un sentimento di indignazione e di ribellione, che se non c'è equiparazione alla famiglia, vengono negati tutti i diritti delle persone omosessuali, mentre in realtà l'unico diritto che in tal caso è escluso è quello di procreare e quindi di accedere alla procreazione assistita. Nel caso della procreazione, però, è in gioco l'interesse del bambino che verrebbe privato a priori di una famiglia stabile o di una famiglia eterosessuale e che viene offeso nella sua dignità perchè trattato come oggetto, come mezzo di autorealizzazione dei genitori e non come fine in sé. Il diritto a procreare diventa diritto ad un bambino contro il diritto del bambino.
Lo sganciamento dei diritti da valori di riferimento fa sì che il linguaggio dei diritti umani sia mistificante o addirittura incoerente e contraddittorio nella misura in cui diventa pretesto per violazioni dei diritti umani. Abbiamo visto come in nome del diritto alla tutela delle coppie dello stesso sesso si ledano i diritti del bambino, ma potremmo ricordare anche come in nome del diritto di libertà religiosa si ledano i diritti delle donne o in nome del diritto al rispetto dell'identità culturale si neghi il diritto al rispetto dei simboli religiosi, espressione della libertà di religione. In un contesto di individualismo e relativismo assoluti si perde l'orientamento, il bandolo della matassa e si può pervenire a risultati paradossali. Emblematico è il caso della Convenzione sulle persone disabili che, da un lato,come abbiamo visto, valorizza la disabilità considerandola una ricchezza per la società, dall'altro, all'art. 25, impone agli Stati contraenti l'obbligo di fornire alle persone con disabilità "servizi sanitari nella sfera della salute sessuale e riproduttiva", cioè di favorire il ricorso all'aborto per evitare la nascita di persone disabili contraddicendo così la ratio e lo spirito delle altre disposizioni.
Veniamo alle conclusioni e a questo punto vorrei richiamare un'ultima icona, quella di Deuteronomio 32,10 ove si legge: "Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali".
Nella società attuale, in cui entrano in crisi tutte le ideologie e in cui il pragmatismo puro rivela la sua drammatica insufficienza e i suoi effetti destabilizzatori, il sistema preventivo consente ancora di fare dell'educazione, inclusa l'educazione ai diritti umani, una riserva di valori etici e un tempo generatore di motivazione, volto alla ricerca di senso. Ciò può consentire di lavorare al cambio dei criteri e della visione di vita, per la promozione della cultura dell'altro, di uno stile di vita sobrio, di un atteggiamento constante di gratuità, di lotta per la giustizia e la dignità di ogni vita umana. Il contributo che il sistema preventivo può dare è un contributo importante; esso può offrire ai diritti umani una bussola, un'anima, esprimendoci con parole ancora più forti, può dare Dio che è il nostro diritto verso la società, il nostro dovere verso gli altri, ma, soprattutto, è la nostra più vera e più profonda gioia.
Gabriella Carella
Professore Ordinario di Diritto Internazionale
Università degli Studi di Bari
24 maggio 2009
Professore Ordinario di Diritto Internazionale
Università degli Studi di Bari
24 maggio 2009






Convegno Annuale 2009
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