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L'evangelizzazione nell'attuale sfida educativa
Scritto da Mario Di Costanzo   
Quale testimonianza?
Colgo lo spunto da un documento forse oggi un po’ dimenticato, la Lettera apostolica “Mane nobiscum Domine” di Giovanni Paolo II. In quel testo l’icona di riferimento è, come si sa, la vicenda di due uomini delusi che hanno visto improvvisamente naufragare una speranza che avevano a lungo coltivato: un disastro. Vanno verso Emmaus. Poi, un incontro, sensazioni strane, alla fine un invito: “Rimani con noi, Signore, perché si fa sera” (Lc, 24, 13-32). E’ la stessa sera del giorno della Resurrezione ed è l’invito che rivolgono a un singolare personaggio che incontrano lungo la strada. Tutto, turbati com’erano, potevano immaginare tranne che quello sconosciuto potesse essere proprio Lui, “il loro Maestro, ormai risorto”. E tuttavia “sperimentavano un intimo ardore mentre Egli parlava con loro spiegando le Scritture”.
Alla fine l’invito: “Rimani con noi”. Gesù accetta ma loro continuano a non capire. E non capiscono fin quando Egli “prese il pane, recitò la benedizione e lo spezzò e lo offriva ad essi”. Solo a quel punto capiscono ma Gesù “scomparve dalla loro vista”. Scompare ma sarebbe rimasto: sarebbe rimasto, dice il Papa, “sotto i veli del pane spezzato, davanti al quale i loro occhi si erano aperti”.
L’icona dei discepoli di Emmaus si attaglia bene alla condizione – alle povertà – dell’uomo e della donna d’oggi. La loro strada è “la strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni”. Lungo questa strada Gesù è certamente il Maestro, ma è anche un amico, un “compagno per introdurci, con l’interpretazione delle Scritture, alla comprensione dei misteri di Dio”. E non è neppure un caso il fatto che Egli si riveli nell’atto della “frazione del pane” come agli inizi veniva chiamata l’Eucaristia. Essa, dice il Papa “è da sempre al centro della vita della Chiesa. Per mezzo di essa Cristo rende presente , nello scorrere del tempo, il suo mistero di morte e resurrezione. In essa Egli in persona è ricevuto quale pane vivo disceso dal cielo”.
Che avviene a questo punto? Avviene che i due discepoli di Emmaus, riconosciuto il Signore, “partirono senza indugio per comunicare ciò che avevano visto e udito”. E’ il tema della testimonianza.
Ho la sensazione che oggi si parli molto di testimonianza cristiana ma che se ne parli, spesso, in modo involontariamente improprio. Di solito, mi sembra, si intende il buon esempio: per intenderci, dare una testimonianza equivale a dare un buon esempio, comportarsi con una certa correttezza, con una coerenza – positiva – di vita dalla quale chiunque potrà intuire che dietro c‘è un cammino di fede.
In realtà, il testimone cristiano è quello che ha visto. Cioè colui che ha fatto un’esperienza di Dio così personale, così intima e coinvolgente da annunciarla a tutti: “io ho visto!”. Questo certamente comporta anche il buon esempio, cioè la personale coerenza di vita, ma è una coerenza che nasce da un incontro personale, da un’amicizia con Gesù. Quando si parla di testimonianza, il nodo è qui, nell’amicizia con Gesù. Si ricordi Mons. Camara: "Non basta essere credenti, bisogna essere credibili". I cattolici sembrano, a volte, non credibili: Dio c'è, ma è lontano e assente nella vita dell'uomo. Lo troveremo alla fine, non durante la vita.
Mi sovviene qui del Prologo della prima Lettera di S. Giovanni: “Ciò che era da principio, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con gli occhi nostri, ciò che contempliamo e la mani nostre palparono intorno al Verbo della vita – sì, la vita si manifestò e noi abbiamo veduto e testimoniamo e annunziamo a voi quella vita eterna che era presso il Padre e si manifestò a noi – ciò che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi”. Dunque, una testimonianza che nasce da una contiguità quasi fisica con la persona di Cristo.
Dunque, testimonianza è molto di più del buon esempio. Essa invita alla missione ma si fonda, innanzi tutto, su una spiritualità eucaristica. Si rilegga L’Anno dell’Eucaristia – Suggerimenti e proposte della Congregazione per il Culto divino: l’Eucaristia va colta non solo negli aspetti celebrativi ma anche come progetto di vita. Non si conclude tra le pareti della Chiesa ma esige di trasfondersi nel vissuto di chi vi partecipa.
Il punto, osserva Papa Giovanni Paolo II, è che “quando si è fatta vera esperienza del Risorto, nutrendosi del suo corpo e del suo sangue, non si può tenere per sé la gioia provata”. L’Eucaristia per sua natura comporta lo slancio missionario cioè “l’urgenza di testimoniare e di evangelizzare”. Il Papa richiama S. Paolo: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”. Quello che noi chiamiamo “congedo alla fine di ogni Messa” in realtà è un mandato, una “consegna, che spinge il cristiano all’impegno per la propagazione del Vangelo e l’animazione cristiana della società”.
 
La “novità”
E’ da molti anni che il magistero della Chiesa insiste sul tema delle novità. Il che, tutto sommato, non dovrebbe cogliere di sorpresa gli adulti. Tutti noi abbiamo vivo il ricordo di quello che erano le nostre famiglie nei primi anni ’50: un altro mondo. Più difficile è cogliere questa novità per i giovani: questo mondo è, in definitiva, il loro mondo, quello in cui sono nati e vivono.
Si rilegga la Christifideles laici: "situazioni nuove, ecclesiali, sociali, economiche, politiche e culturali reclamano oggi, con una forza del tutto particolare, l'azione dei fedeli laici. Se il disimpegno è sempre stato inaccettabile, il tempo presente lo rende ancora più colpevole. Non è lecito a nessuno rimanere in ozio". Su queste premesse va da sé che "obiettivo della nuova evangelizzazione" è che "si rifaccia il tessuto cristiano della società umana", ma la precondizione è che "si rifaccia il tessuto cristiano delle nostre comunità ecclesiali".
Ai tempi di Papa Giovanni Paolo II una sua espressione frequente era che "siamo alle soglie del terzo millennio", in una situazione di novità radicale, globale e permanente: radicale perché va fino alla radice delle situazioni, globale perché investe l'insieme delle situazioni, permanente perché i cambiamenti procedono a ritmo vorticoso. D’altronde, non a caso gli orientamenti pastorali della CEI per il decennio che si conclude furono intitolati Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia: “che cambia” cioè che va cambiando. Le nostre città molto probabilmente tra 10 anni saranno molto diverse da quello che sono oggi.
Siamo in un mondo complicato. Fatto di ombre e di luci. Un’ora “magnifica e drammatica della storia”. Un mondo che “ha bisogno di luce, nella difficile ricerca di una pace che appare lontana, all’inizio di un millennio sconvolto e umiliato dalla violenza, dal terrorismo e dalla guerra (Giovanni Paolo II nell’apertura dell’Anno dedicato all’Eucaristia in collegamento via satellite con Guadalajara, con un’intonazione anche sociale oltre che spirituale). E poi: “quale aspirazione più grande? Eppure su questo universale anelito si allungano ombre minacciose: l’ombra di un cultura che nega il rispetto della vita in ogni suo stadio; l’ombra di un’indifferenza che consegna innumerevoli persone a un destino di fame e di sottosviluppo; l’ombra di una ricerca scientifica posta a volte al servizio dell’egoismo del più forte”.
Un aspetto di questa realtà molto vicino a noi è quello del relativismo culturale: "...la persistente diffusione dell'indifferentismo religioso e dell'ateismo in particolare nella forma, oggi forse più diffusa del secolarismo. Inebriato dalle prodigiose conquiste di un incontenibile sviluppo tecnico-scientifico, l'uomo taglia le radici religiose che sono nel suo cuore: dimentica Dio, lo ritiene senza significato per la propria esistenza, lo rifiuta, ponendosi in adorazione dei più diversi idoli". E' un uomo che vive "come se Dio non esistesse" in un processo di "scristianizzazione che colpisce i popoli cristiani di vecchia data e che reclama oggi, senza alcuna dilazione, una nuova evangelizzazione". E’ il fenomeno di un materialismo invadente e di un'enorme pigrizia collettiva. Una civiltà ricca di comodità elimina il gusto della vita, l’entusiasmo del lavoro, il senso dei valori. Rende l’esistenza vuota, accentua lo spirito di calcolo. E poi: una civiltà massificata. Anche questo è un pericolo. La massa annega le persone nell'anonimato del numero.
Un uomo che vive "come se Dio non esistesse". Due riflessioni. La prima. Si provi a dialogare con qualcuno che si dica programmaticamente ateo: porterà argomenti, sui quali si potrà consentire o dissentire ma, insomma, si potrà sempre ragionare. Si provi, invece, a dialogare con uno di quei tanti colleghi o amici di condominio, bravi, certamente, ma che, insomma, tanti problemi non se li pongono: semplicemente, vivono “come se Dio non esistesse”. Lì le cose si complicano perché non troveremo più argomenti; troveremo, piuttosto, degli umori e con gli umori, si sa, non si ragiona.
Seconda riflessione. Questo atteggiamento ha una ricaduta anche sul versante sociale e civile. Non è solo un fatto privato. Dietro, c’è un’idea dell’uomo, delle relazioni interpersonali che induce, alla fine, a un egoismo di fondo. Non c’è la passione civile, il senso del servizio. Domina la logica del particulare. E difatti è da questa visione deformata dell'uomo e della storia che conseguono "le molteplici violazioni alle quali viene oggi sottoposta la persona umana quando essa non è riconosciuta e amata nella sua dignità di immagine vivente di Dio". Le logiche dell'ideologia, del potere economico, della tecnocrazia scientifica, dei mass media si traducono in violazioni e iniquità in tema di diritto alla vita ed all'integrità, diritto alla casa e al lavoro, diritto alla famiglia e alla procreazione responsabile, diritto alla partecipazione alla vita pubblica e politica, diritto alla libertà di coscienza e di fede religiosa.
Ma questa è anche un'ora magnifica della storia: "l'aspirazione e il bisogno religiosi non possono essere totalmente estinti". Si possono comprimere, ma la storia sa rendere giustizia ed essi riemergono prepotentemente. "La coscienza di ogni uomo, quando ha il coraggio di affrontare gli interrogativi più gravi dell'esistenza umana, in particolare l'interrogativo sul senso del vivere, del soffrire e del morire testimonia l'apertura ad una visione spirituale e trascendente della vita, il risveglio della ricerca religiosa, il ritorno del senso del sacro e della preghiera".
 
Perché “emergenza educativa”?
Ma perché oggi si parla tanto di emergenza educativa e di un’emergenza che comporta una sfida alla quale dare un risposta? Effettivamente le parole emergenza, sfida educativa fanno parte del linguaggio corrente. Il che comporta anche un rischio perché quando certe espressioni diventano di uso comune rischiano di trasformarsi quasi in slogan di cui si perde la vera portata. Il punto è che siamo proprio in una situazione emergenziale, di straordinaria amministrazione. Strano, però, che molti siano stati colti di sorpresa laddove i segnali premonitori erano in atto già da tempo. Probabilmente c’è stato un deficit di lungimiranza. Ripenso qui – un esempio tra i molti possibili – addirittura alla traccia di preparazione al Convegno ecclesiale di Palermo: praticamente 15 anni fa. Vi si legge:
siamo in un Paese che “dichiara la sua identità cattolica ma di fatto la rinnega nei comportamenti e nelle scelte di vita”; un Paese con "il primato mondiale negativo in termini di natalità, in cui il ricorso all'aborto è assai allargato, in cui si diffonde l'accettazione dell'eutanasia" perché la vita "vale la pena di esser vissuta solo a certe condizioni e a livelli elevati di qualità";
la "cultura cattolica si percepisce ormai come minoranza, la predicazione del Vangelo non sconvolge più i criteri di giudizio, le linee di pensiero, i modelli di vita di quote consistenti di italiani, i credenti non fanno opinione";
si avverte "un certo ritardo del mondo cattolico nell'ambito della cultura". In ogni caso, "si va un po' a rimorchio della storia".
In quell’occasione di parlò di “conversione pastorale” e si invitò a un "sano e coraggioso esame di coscienza" in quello che fu definito un momento di svolta epocale: "si è chiuso un periodo storico e ne è iniziato uno nuovo, anche se per ora assai difficile da decifrare". Di più: un esame di coscienza dal quale emerga che il rapporto tra annuncio, preghiera e testimonianza della carità "non può rimanere circoscritto a livello di programmi pastorali e strutture ecclesiali: deve diventare un tessuto di esperienze", cioè vita.
Nella stessa linea, nel 2000, si pone Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (nn.40-43) che, in ordine al rapporto con la religione, coglieva almeno sei atteggiamenti diversi:
aumentano "le persone che si dicono senza religione";
aumentano quelle che riconoscono "un certo riferimento a Cristo, ma non alla Chiesa";
"non mancano le conversioni dal cristianesimo ad altre religioni";
preoccupa il "crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate all'essenziale dell'esperienza cristiana";
"nella mentalità comune e di conseguenza nella legislazione si diffondono prese di posizione lontane dal Vangelo" su temi nodali (rapporti tra Stato e formazioni sociali a partire dalla famiglia, l'economia, le migrazioni dei popoli, la sessualità, la procreazione, la vita, la morte);
si registra una "vera e propria eclissi del senso morale" con una seria difficoltà a discernere ciò che è bene e ciò che è male. Al di là dei valori di riferimento, manca la robustezza delle convinzioni con la conseguenza di subire, di volta in volta, le "emozioni" del momento o i "miti occulti" dominanti.
E, tuttavia, una nota di speranza c’è. Tornano, anche qui, le parole del Santo Padre: "un’ora magnifica e drammatica della storia” nella quale non è difficile individuare anche i punti di partenza favorevoli per l’evangelizzazione (cfr. CVMC). Si pensi a:
                "il desiderio di autenticità" che si avverte in particolare nei giovani ma che, se non governato, "può portare a esiti individualistici, in casi estremi anche violenti";
                "il desiderio di socialità, di incontro, di solidarietà e di ricerca della pace" (peraltro con il rischio di un "passivo adeguamento alla massificazione" e dell’"indifferentismo verso la verità");
                la "rinnovata ricerca di senso ";
                "lo sviluppo della scienza e della tecnica" che pone domande non più "di tipo tecnico" e che restano "ineludibili".
Nella stessa linea la relazione di Franco Garelli al Convegno di Palermo:
"se il soggettivismo e il relativismo sono molto diffusi, è anche diffusa un'apertura, un'accoglienza e una fiducia almeno iniziale nei confronti di Gesù Cristo e di Dio come Padre: l'incertezza è avvertita come una situazione spiacevole, di debolezza e fragilità";
incoraggia il fatto che "il livello di religiosità nel nostro Paese è ancora elevato rispetto ad altre nazioni europee" sia pure consituazioni molto diversificate: altro è il rapporto con i "credenti convinti e attivi", altro quello con chi "si identifica idealmente nei valori religiosi, ma li vive in modo assai intermittente", altro quello con chi ha una radicale estraneità al messaggio religioso.
 
Evangelizzazione: una risposta nuova a situazioni nuove
Questi dati, messi tutti quanti assieme, effettivamente danno luogo a un’emergenza. Di qui la sfida. Di qui, ancora, la necessità di promuovere comunità vive, in grado di formare testimoni, attente al cammino della Chiesa e ai segni dei tempi, capaci di promuovere accoglienza, comunicazione, partecipazione.
In una parola: comunità missionarie. Con una battuta, si potrebbe dire che una routine perfetta non basta più: siamo in una situazione nuova. Si sa che, ad esempio, CVMC ha una forte connotazione missionaria. Ma qual è la premessa e, al tempo stesso, l’obiettivo? Si guardi il complemento oggetto: "Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa". Si tratta di una possibilità condizionata e di un obbligo. Una possibilità condizionata perché comunicare il Vangelo è possibile solo se "attraverso la preghiera liturgica la parola del Signore suscita la trasformazione del cuore dei credenti". Un obbligo perché "il Vangelo è il dono più grande di cui dispongano i cristiani, essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere". In sintesi: l'esigenza di un forte radicamento, personale e comunitario, in Cristo; una forte attenzione alla persona e alle persone; l'esigenza di un'autentica "conversione pastorale" che rilancia l’idea della novità: "essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione". Di qui la raccomandazione: "dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria".
Indubbiamente, “il termine evangelizzazione ha un significato molto ricco. In senso ampio, esso riassume l’intera missione della Chiesa: realizzare l’annuncio per la trasmissione del Vangelo, che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» e che in ultima essenza si identifica con Gesù Cristo. In ogni caso, evangelizzare significa non soltanto insegnare una dottrina bensì annunciare il Signore Gesù con parole e azioni, cioè farsi strumento della sua presenza e azione nel mondo” (Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione).
Lo si è già detto: “la sorgente di tutta l’opera di evangelizzazione sta nell’incontro personale con Cristo. Tale esperienza è per noi un evento quotidiano che si rinnova nell’ascolto della Parola di Dio, nella partecipazione al mistero pasquale attraverso la liturgia e i sacramenti, nella condivisone fraterna e nel servizio ai giovani”.
L’evangelizzazione è, dunque, strettamente connessa alla missione, alla tensione missionaria ma in una chiave su cui le parole di Benedetto XVI sono di chiarezza illuminante: “avvertiamo l’evangelizzazione come l’urgenza principale della nostra missione, consapevoli che i giovani hanno diritto a sentirsi annunciare la persona di Gesù come fonte di vita e promessa di felicità nel tempo e nell’eternità. Nostro «compito fondamentale risulta dunque quello di proporre a tutti di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù. Centrale deve essere l’annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, insieme con l’appello alla conversione, all’accoglienza della fede e all’inserimento nella Chiesa; da qui poi nascono i cammini di fede, di catechesi, la vita liturgica, la testimonianza della carità operosa»” (Benedetto XVI, Lettera a Don Pascual Chavez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, in occasione del Capitolo generale XXVI, 1/3/08).
Di qui la tensione missionaria: “l’urgenza di portare l’annuncio del Signore Risorto ci spinge a confrontarci con situazioni che risuonano in noi come appello e preoccupazione: i popoli non ancora evangelizzati, il secolarismo che minaccia terre di antica tradizione cristiana, il fenomeno delle migrazioni, le nuove drammatiche forme di povertà e di violenza, la diffusione di movimenti e sette. Ci sentiamo interpellati anche da alcune opportunità, quali il dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale, la nuova sensibilità per la pace, per la tutela di diritti umani e per la salvaguardia del creato, le tante espressioni di solidarietà e di volontariato che sempre più si diffondono nel mondo. Questi elementi, riconosciuti dalle esortazioni apostoliche a seguito dei Sinodi continentali, costituiscono sfide per tutta la Chiesa e ci impegniamo a trovare nuove vie per comunicare il Vangelo”. Come si vede, sono qui in estrema sintesi enunciate delle piste sulle quali potremo più avanti spendere qualche parola.
Ma é qui che nascono gli interrogativi. Non è che, per caso, la comunità cristiana ha oggi un deficit di comunicazione all’esterno? Non è che, per caso, la scarsità di comunicazione ad extra è un sintomo di autoreferenzialità? A volte si ha la sensazione che “le energie che impieghiamo per attività formative (a livello locale, diocesano, nazionale; iniziative e sussidi; percorsi formativi per educatori e animatori ...) sono moltissime. L’impressione è che a questo impiego di energie non sempre corrispondano risultati proporzionati”.
E, detto con parole ancora più esplicite: a volte si riscontrano superficialità spirituale, attivismo frenetico, stile di vita borghese, debole testimonianza evangelica, dedizione parziale alla missione. I processi di catechesi sono deboli e in molti casi non suscitano nei giovani una vita sacramentale convinta e regolare, una vera appartenenza ecclesiale e un coraggioso impegno apostolico. La mancanza di organicità e continuità, frutto anche di insufficiente riflessione e studio, ha portato talora ad attuare più una pastorale delle iniziative e degli eventi che dei processi”. Per altro verso “molti giovani sono aperti alla ricerca di senso della vita e disponibili ad una proposta educativa cristiana seria e coraggiosa. Non mancano giovani pronti a impegnarsi in prima persona nell’evangelizzazione dei coetanei, in particolare nell’ambito dell’associazionismo”.
 
Laici nella Chiesa per il mondo d’oggi
Interrogativi, questi, che investono la comunità cristiana nel suo insieme e il laicato in particolare. In genere, quando si parla di vocazione e missione del laico nella Chiesa e nel mondo, istintivamente si pensa alle cose da fare. In realtà, in queste condizioni il rischio è che si dimentichi il punto di riferimento. Si osservi: di solito, Christifideles laici viene tradotto con “fedeli laici”. Ma è un traduzione infelice. Anche chi non conosce il latino e sente “Christifideles laici” intuisce qualcosa: “Christi-fideles”. Questo qualcosa si perde, poi nella traduzione.
Non è solo una questione lessicale. Una delle conseguenze è che, prima ancora che delle cose da fare, dovremmo preoccuparci di cosa e come essere. La missione dei laici nella chiesa e nel mondo è esattamente la risposta a un mandato di Gesù Cristo, è “l'ascolto da parte dei fedeli laici dell'appello di Cristo a lavorare nella sua vigna, a prendere parte viva, consapevole e responsabile alla missione di Cristo" (Cfl. 3).
E si faccia, poi, attenzione agli aggettivi. Prendere parte "viva, consapevole e responsabile". "Vivo", in una parola, significa reagire. Di fronte a certe sollecitazioni noi tutti dovremmo essere capaci di reazione. "Consapevole" richiama il “dovere di un’intelligenza critica”, il dovere di capire, di rendersi conto delle situazioni se si vogliono orientare i processi di trasformazione e non, semplicemente, subirli. "Responsabile", dal latino respondere, significa il dovere di dare delle risposte. 
Dunque, in virtù della loro vocazione, i laici condividono la responsabilità della missione: "è del tutto necessario che ciascun fedele laico abbia sempre viva coscienza di essere una membro della Chiesa, al quale è affidato un compito originale, insostituibile e indelegabile". Perché è dei laici che "il Signore si serve per la testimonianza e la comunicazione del Vangelo in mezzo agli uomini" (Lumen gentium, n. 35). Si sottolineino le parole "in mezzo agli uomini": ai laici si chiede di essere non solo buoni operatori pastorali, ma anche cristiani nel mondo, competenti, capaci di leggere nella fede il cammino della comunità nel suo insieme, capaci, al di là dei ministeri tradizionali, di dare vita a forme inedite di educazione alla fede.
E’ quella che il Concilio definisce l’”indole secolare” (LG, 32-33). Il loro luogo di esistenza è il secolo, il mondo, vale a dire il lavoro, la famiglia, le relazioni sociali, culturali, economiche, professionali. Questo non è solo un dato antropologico o sociologico: lo stesso Cristo visse questa dimensione secolare, facendo parte della convivenza umana, sottomettendosi alle leggi della sua patria e conducendo la vita di un lavoratore del suo tempo e della sua regione (GS 32).
Il laico, quindi, è chiamato non ad abbandonare il mondo, ma a fermentarlo e a santificarlo. Di più: "Dio ha affidato il mondo agli uomini e alle donne, perché essi partecipino all'opera della creazione e santifichino se stessi nella famiglia, nella professione e nelle attività sociali" (Cfl. 15). I laici sono dunque sale, luce e lievito del mondo, non solo perché inseriti in esso, ma anche perché vi portano la novità e l'originalità dell'annuncio cristiano.
 
Laici formati nella Chiesa per il mondo d’oggi
Va da sé che tutto questo, in particolare per quanto riguarda il cd. laicato associato, presuppone processi adeguati di formazione. Processi formativi finalizzati allo slancio missionario e che escludono, quindi, esperienze gratificanti ma intimistiche e, per così dire, catacombali. All’opposto, l’obiettivo è quello di far crescere personalità salde, capaci di assumersi delle responsabilità.
Si tratta, in particolare, di una formazione:
integrale. Spesso altro è la fede dichiarata, altro è quella vissuta nella concretezza dei comportamenti. Viceversa, l'appartenenza alla comunità ecclesiale dovrebbe indurre a fare sintesi, ad integrare fede e vita;
permanente, in un contesto nel quale si rilevano preoccupanti vuoti di catechesi (il periodo successivo alla Prima Comunione o il caso dei cd. giovani adulti);
spirituale. Per un’associazione il problema dovrebbe essere non già il maggiore o minore numero di aderenti, quanto piuttosto la santità della loro vita e la conformazione di ciascuno a Cristo crocifisso e risorto.
Di più: una formazione capace di parlare ai cuori. Nella comunità cristiana accade spesso che si parli piuttosto alla testa che al cuore delle persone. In queste condizioni, il rischio è quello di esprimere idee qualificate ed intelligenti ma incomprensibili proprio perché non rivolte al cuore delle persone.
A monte di tutto si può esplicitamente parlare di una formazione che mira alla santità come continua educazione ad una profonda vita spirituale, risposta di amore a Dio, segno efficace per la comunità degli uomini. Altrettanto esplicitamente si può richiamare l’attenzione su alcuni strumenti della formazione alla santità: direzione spirituale, meditazione personale, Confessione e Eucarestia frequenti. L'obiettivo è quello di camminare verso un rapporto con il Signore in una spiritualità legata alla concretezza delle realtà quotidiane proprie dei laici ed alle età e condizioni di vita di ciascuno.
Tutto ciò detto, vorrei esprimere una personale perplessità in ordine ad una linea di tendenza che periodicamente riemerge. Sostanzialmente si afferma: "oggi si avverte in particolare la necessità di un modello di spiritualità adatto alle attuali condizioni di esistenza. Il laicato vive attualmente una condizione assai rivalutata. A questa crescita di considerazione non ha però fatto riscontro la maturazione di una specifica spiritualità. Sovente si ripropongono per i laici modelli di spiritualità non consoni alla loro condizione, che li estraniano dalle ordinarie situazioni, che alimentano l'idea che sia impossibile vivere la radicalità del Vangelo nelle normali condizioni di esistenza. Si rende forse necessario un nuovo modo di pensare la preghiera, la contemplazione, l'esperienza religiosa dentro il «rumore» della vita quotidiana" (Franco Garelli).
In altri termini, si dà per scontata l'inadeguatezza degli strumenti tradizionali di un percorso spirituale: resta da chiedersi se questi strumenti siano oggi, al di là delle oggettive difficoltà, realmente sperimentati. Si ha, invece, la sensazione di un inavvertito scadimento di attenzione (si pensi al sacramento della Confessione) senza che, nel contempo, si offrano strumenti e luoghi sostitutivi.
In definitiva, la prima esigenza è tornare alle sorgenti: lo spirito del Vangelo, degli Atti degli Apostoli, delle lettere di San Paolo. È la conversione di cui hanno bisogno i cristiani di sempre. Solo cristiani sinceri, entusiasti, forti potranno essere lievito e luce del mondo. Questo non significa condannare il progresso, anzi! Ma il cristiano deve anche saper testimoniare il valore vero del progresso, perché – qualcuno disse anni fa – “abbiamo fatto due passi nella luna, ma tre passi indietro sulla terra”.
Solo su queste premesse si può poi parlare di:
  • formazione catechetico-dottrinale, con l'obiettivo di far crescere la vita di fede nella completezza della vita personale coinvolgendo l'intelligenza e la coscienza. Questo significa conoscere, studiare, impossessarsi dei contenuti della fede sotto la Parola di Dio;
  • formazione culturale, con l’obiettivo di aiutare le persone ad avere strumenti di comprensione della realtà per assumersi responsabilità e corresponsabilità in ogni campo della loro esistenza: professionale, sociale, politico, culturale, ecclesiale;
  • formazione all'apostolato laicale, che significa assumersi con sempre maggior forza e passione del Vangelo e della Chiesa perché attraverso la vita sia continuamente annunciata agli uomini e alle donne di questo tempo la buona notizia della salvezza. Sottolineo la parola passione che è propria degli innamorati.
Evangelizzazione e educazione
Una testimonianza personale. La mia vita, come quella di tanti laici, è stata segnata da alcune figure che appartenevano – certo, ciascuno secondo la sua personalità – a una categoria ormai rarefatta: furono degli educatori, una figura certamente singolare. L’educatore non è il sociologo o l'animatore di gruppo o l’esperto di tecniche di gruppo o il sacerdote, diciamo così, brillante. L’educatore ha una sua intrinseca, non facilmente definibile autorevolezza. Egli unisce in modo singolare tutto un insieme di qualità: santità di vita, rettitudine, cultura, capacità di aggiornamento culturale, capacità di ascoltarti, capacità di accompagnarti in un cammino di fede, di entusiasmarti, di appassionarti. E tutte queste doti messe assieme danno all’educatore, per l’appunto, un’autorevolezza che lo rendono punto di riferimento nella vita di tanti laici.
In questo, si sa, i Salesiani sono maestri. E utilizzo qui le parole proprio di un documento della Famiglia Salesiana: “l’evangelizzazione richiede di salvaguardare insieme l’integralità dell’annuncio e la gradualità della proposta. Don Bosco assunse questa doppia attenzione per poter proporre a tutti i giovani una profonda esperienza di Dio, tenendo conto della loro situazione concreta. Nella tradizione salesiana abbiamo espresso tale rapporto in modi diversi: ad esempio «onesti cittadini e buoni cristiani» oppure «evangelizzare educando e educare evangelizzando». Avvertiamo l’esigenza di proseguire la riflessione su questo delicato rapporto. In ogni caso siamo convinti che l’evangelizzazione propone all’educazione un modello di umanità pienamente riuscito e che l’educazione, quando giunge a toccare il cuore dei giovani, sviluppa il senso religioso della vita, favorisce e accompagna il processo di evangelizzazione: «senza educazione, in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura»” (Benedetto XVI, Lettera a Don Pascual Chavez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, in occasione del Capitolo generale XXVI, 1/3/08). E di seguito: “per questo, fin dal primo momento, l’educazione deve prendere ispirazione dal Vangelo e l’evangelizzazione deve adattarsi alla condizione evolutiva del giovane. Solo così egli potrà scoprire in Cristo la propria vera identità e crescere verso la piena maturità; solo così il Vangelo potrà toccare in profondità il suo cuore, sanarlo dal male e aprirlo a una fede libera e personale”.
Ma cos’è accaduto, di fatto, in questi ultimi decenni? In passato la scelta educativa di fatto significò il valore della formazione personale e dell’accompagnamento nel cammino di fede della persona. In sostanza, quella scelta riconobbe la centralità della persona e quindi di un cammino di fede che era – ed è – personale. Senonché, negli sviluppi successivi si sono registrati dei limiti connessi al nuovo contesto storico. In altri termini, negli anni si è assistito ad una valorizzazione – ad una esasperazione? - della dimensione comunitaria rispetto a quella personale. L’esperienza del gruppo, che negli anni del primo post-concilio aveva messo in evidenza il valore delle relazioni orizzontali, è, di fatto, divenuta una scelta esclusiva. L’accompagnamento e il sostegno offerto sono stati per la vita comunitaria e il gruppo. Quali le conseguenze di questo processo? Direi che una delle conseguenze è stata proprio l’impoverimento delle figure educative. Oggi è più difficile trovare persone che scelgono il servizio educativo come quello essenziale. Nel contempo, legato all’affievolirsi del dialogo educativo è stato anche il cambiamento del ruolo degli assistenti che, nei fatti, sono diventati piuttosto animatori di gruppo anziché fratelli e padri nella fede, disposti ad accompagnare il cammino dei laici.
Conclusione: fare oggi la scelta educativa significa tornare a dare valore alla formazione personale e porre attenzione alla cura di figure di educatori non solo nei confronti dei ragazzi.
 
Laici formati per la missione. Quale prossimo?
Vocazione e missione dei laici: due parole abusate a forza di usarne. Si provi a parlare di missione all’uomo della strada: penserà a qualcuno che lascia il paese e va in terre – si dice oggi – in via di sviluppo, a portare il Vangelo a chi non crede: la missione è partire per convertire i pagani. E vocazione? È quella – si diceva una volta e molti pensano ancor oggi – di chi, giovane o adulto, lascia la famiglia per farsi religioso o prete.
In realtà, missione è invio: riguarda chi è mandato e riguarda, prima ancora, colui che manda. Si è inviato di qualcuno, da qualcuno, il suo “apostolo”. Nel nostro caso è Dio a inviare. La missione è una storia di amore, che ha inizio nel cuore di Dio. Gesù è l'inviato dal Padre. La sua è una missione senza frontiere, anche se egli si è limitato alla Palestina. Un viaggio breve, interrotto dalla morte. Ma la sua missione continua e continuerà sino alla fine del mondo e dovunque: “come il Padre ha inviato me, così anch'io invio voi".
Tutto questo presuppone un processo di conversione personale. In poche parole: "il bisogno di dare veramente a Dio il primo posto". Si parla di vocazione universale alla santità. Ma "il cammino verso la santità è fatto, ogni giorno, di penitenza e di conversione. Le nostre debolezze, omissioni e controtestimonianze: alla loro radice vi è certamente un'insufficienza di fede e una carenza nel vivere e mettere in pratica questa fede" (Card. Ruini). Analogamente non occorre andare molto lontano quando si ricercano le ragioni dell’azione pastorale: esse sono proprio, innanzi tutto, in quelle insufficienze ed in quelle carenze.
In questo processo di conversione abbiamo dei compagni che sanno indicarci la strada. Nella Tertio Millennio Adveniente Papa Giovanni Paolo II osservava: "la Chiesa del primo Millennio nacque dal sangue dei martiri". E aggiungeva: mai, come in questo scorcio di secolo, la Chiesa è tornata ad essere "Chiesa di martiri spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio".
Nel cammino dell'amore, tutto è possibile. La chiave è in un proverbio: “E’ il primo passo che conta". Non disse così Gesù al dottore della legge dopo avergli raccontato la parabola del buon Samaritano? "Va’ e anche tu fa’ lo stesso" (Lc 10, 17). Il primo passo.
E, così, il pensiero corre al mio prossimo. Nel Nuovo Testamento si parla molto del prossimo e non solo nella parabola del buon Samaritano. S.Paolo dice che "non c'è più distinzione tra Giudeo e Greco " (Rm 10, 12). Ma “chi è il mio prossimo?”. E’ la domanda che rivolge a Gesù il dottore della legge, preceduta da un altra domanda: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". La risposta completa l’abbiamo nella parabola del buon Samaritano. Chi è l'uomo che cade in mano ai banditi? Gesù non lo dice. "Un uomo": poteva essere un giudeo (la parabola è posta nella Giudea, tra Gerusalemme e Gerico), uno straniero, chiunque. È una vittima che ha la fortuna di incontrare un Samaritano, che diviene suo prossimo. "Un uomo" è l'immagine di ogni uomo, di qualunque paese e cultura. E’ detto, però, chi è che lo soccorre: un Samaritano, un eretico per i Giudei, immagine dei pagani che abbracceranno il cristianesimo e sostituiranno nella fede i Giudei. Il Samaritano ama il suo prossimo come se stesso: porta aiuto, presta una cura completa. Si rende veramente prossimo al ferito.
 
Una Chiesa in missione
Lo si è già detto: "Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa". Come si vede, la prospettiva è immediatamente missionaria. E, tuttavia, non ci si può non chiedere (cfr. CVMC n. 44): "la comunicazione delle proposte che abbiamo formulato, anche attraverso convegni e documenti, è stata comprensibile per la gente e ha saputo toccare il suo cuore?". Si osservi il riferimento al "cuore" delle persone: in CVMC la parola "cuore" torna 18 volte e - bisogna ritenere - non a caso: è la dimensione della compagnia senza la quale il messaggio è lezione piuttosto che comunicazione. L'aspetto, poi, della comprensibilità rinvia, tra l'altro, alla questione del linguaggio: quanto ecclesialese e quanta autoreferenzialità nei nostri convegni! Anche su questo converrebbe un esame di coscienza.
Su queste premesse non c’è, poi, che l’imbarazzo della scelta. Perché destinatari della missione possono essere:
"i cosiddetti non praticanti". Spesso " persone di grande dignità, che portano con sé ferite inferte dalle circostanze della vita familiare, sociale e, in qualche caso, dalle nostre stesse comunità, o più semplicemente sono cristiani abbandonati, verso i quali non si è stati capaci di mostrare ascolto, interesse, simpatia, condivisione";
"gli stessi fanciulli battezzati" per i quali "non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza" con la conseguenza che, di fatto, "l'incontro con i catechisti diviene una vera e propria occasione di prima evangelizzazione”;
"i cristiani appartenenti ad altre Chiese" perché l’ecumenismo è non solo "una sfida", ma anche "una grande scuola di comunione". Il rischio è che l'ecumenismo rimanga un tema riservato agli addetti ai lavori senza una vera ricaduta sulla vita della comunità cristiana.
 
Una Chiesa in missione: i giovani
Si parla spesso di attenzione per i giovani, più raramente di sollecitudine. Molte le tecniche e le metodologie, mentre rimangono sullo sfondo " il gusto per la preghiera e per la liturgia, l'attenzione alla vita interiore, l'amore per la vita interiore, per l'ascolto perseverante della parola di Dio, per l'assiduità con il Signore nella preghiera, per un'ordinata vita sacramentale nutrita di eucarestia e riconciliazione". Questa è una responsabilità grave.
Si parla di nuova evangelizzazione e Giovanni Paolo II lo chiarì: “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nelle sue espressioni” (Discorso all’assemblea del CELAM, 9/3/83). Questo, in concreto, significa – tra l’altro - creatività e audacia e con creatività e audacia pensare “itinerari diversificati per condurre i giovani all’incontro personale con Cristo, così che maturino la volontà di seguirlo e diventino apostoli del Vangelo, costruttori di un mondo nuovo. Questa tensione è l’anima di ogni nostro intervento educativo; noi la dobbiamo comunicare anche ai laici, coinvolgendoli sempre più in compiti pastorali”.
A giovani che, in questo mondo nuovo, bruciano in pochi anni tante esperienze al punto di ritrovarsi rapidamente senza più desideri, la comunità cristiana può offrire quello che i potentati economici non possono dare: la bellezza e la ricchezza della fede. Solo a queste condizioni sapremo rispondere adeguatamente a una sete di senso che, pure, si è manifestata. Qualcuno ha osservato: "questi giovani hanno tutto. Che senso ha competere su terreni che non ci appartengono e che ci vedrebbero comunque perdenti? A questi giovani dobbiamo offrire quello che altri certamente non possono dare. Per esempio, grandi e suggestivi poli di spiritualità proprio nelle zone a più alto tasso di consumismo. Sarebbe una provocazione. I risultati? Li affidiamo alla Provvidenza". In questo stesso senso "le Giornate mondiali della Gioventù ci hanno restituito molte speranze".
Direi di più. Rispetto ai giovani il problema non è solo quello di "dare fiducia, di favorirne l'inserimento nel volontariato" nella prospettiva della carità. Fin qui saremmo nell'ambito dell'ordinario. L'obiettivo finale deve essere quello di formare "persone adulte, mature e responsabili". Ciò significa "studio, acquisizione di una professionalità, impegno nella comunità civile". In estrema sintesi: formare buoni cristiani e, quindi, buoni cittadini.
 
Una Chiesa in missione: la famiglia
Solo poche battute. Si sa che la famiglia "è il luogo privilegiato dell'esperienza dell'amore e della trasmissione della fede, ambiente educativo per eccellenza”. In particolare i genitori “sono i primi responsabili di quella «introduzione» all'esperienza del cristianesimo di cui poi chi è beneficiario porterà in sè il seme per tutta la vita" (CVMC, n. 52).
Ciò detto, la crisi culturale dell'istituzione familiare è del tutto evidente.Le crisi matrimoniali sempre più frequenti ne sono la conferma. Senonché, è proprio in questo contesto che riemerge lo stile della compagnia su cui il magistero insiste e non da oggi. CVMC, infatti, non parla di corsi prematrimoniali, bensì di "accompagnamento delle famiglie".
Discorso a parte per le "famiglie in difficoltà" rispetto alle quali "le nostre parrocchie dovrebbero essere sempre più luoghi di ascolto e di sostegno avendo ben chiaro che la medicina dell'amore fraterno e della misericordia è l'unica in cui la Chiesa creda fermamente". Dunque, chiarezza sui principi ma niente indici puntati. In buona sostanza, "una delle scelte da compiere" è che "presbiteri, religiosi, operatori pastorali" (praticamente tutti) stabiliscano "rapporti personali con ogni famiglia - sia che frequenti la Chiesa sia che non la incontri mai - in un tessuto relazionale nuovo, veramente capillare". Cfr., per quant’altro, il Direttorio di pastorale familiare.
 
Una Chiesa in missione: i "cosiddetti non praticanti"
Qui, considerata la "fragilità del loro rapporto con la Chiesa", si tratta di un "impegno di primo annuncio, su cui innestare un itinerario di iniziazione o di ripresa della loro vita cristiana" (CVMC n. 57). La difficoltà nasce dal fatto che ci si imbatte qui non con un rifiuto pensato ed esplicito del messaggio cristiano, ma con una situazione di marginalità rispetto alla comunità ecclesiale. Si faccia attenzione. Non si tratta solo di uno dei prodotti del relativismo culturale. Già si è detto: "sovente si tratta di persone di grande dignità ...” con quello che segue.
Anche in questo caso bisogna esercitare la dote della fantasia e saper cogliere le occasioni: quando questi battezzati, che pure sono al di fuori di una vita ecclesiale, "chiedono che i loro bambini siano ammessi ai sacramenti dell'iniziazione cristiana; quando una coppia di adulti domanda la celebrazione religiosa del matrimonio; in occasione dei funerali e dei momenti di preghiera per i defunti", quando tutto questo avviene, atteggiamenti di "fretta da parte dei presbiteri" o di "freddezza e indifferenza da parte della comunità parrocchiale" potrebbero far "sciupare" l'occasione. Di più: potrebbero avere effetti devastanti. La verità è che "solo a partire da una buona qualità dei rapporti umani sarà possibile far risuonare ... l'annuncio del Vangelo". E' un po' lo stile dei rapporti di Aquila e Priscilla (guarda caso, una coppia di coniugi) con il buon Apollo a Corinto.

 

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