Ragione, religione, amorevolezza era d trinomio su cui don Bosco intendeva fondare la sua opera preventiva. All’educando bisognava offrire tutto intero lo spazio della vita. Soprattutto l’amorevolezza aveva una connotazione particolare. Si può infatti amare molto e combinare poco. Scriveva nella sua celebre lettera da Roma, nel 1884: «Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato nel corso di ben quarant’anni e quanto tollero e soffro anche adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi pane, case, maestri, e specialmente per procurare la salute delle loro malattie. Ho fatto quanto ho saputo e potuto per coloro che formano l’affetto di tutta la mia vita... Che cosa ci vuole ancora dunque?». E la risposta era: «Che i giovani non solo siano amati ma che essi stessi sappiano di essere amati». Ai tempi di don Bosco ciò era talmente vero che un suo ragazzo – divenuto adulto – rispondeva a chi lo interrogava: «Noi vivevamo d’affetto». Questa è la genialità di don Bosco: non basta amare, bisogna far vedere che si ama, renderlo percepibile: «Un amore che si esterna in parole, atti e perfino nell’espressione degli occhi e del volto».
E questo esige un’ascesi profonda, un coinvolgimento totale o quotidiano. (Sicari, Vite dei santi) Se tutto questo è vero per ogni impegno educativo, diventa altrettanto esigente nella nostra vita di tutti i giorni: ci viene chiesto di tradurre concretamente l’amore che ci muove. Altrimenti “Si può amare molto e combinare poco”.
La vita di un exallievo traduce l’amorevolezza di don Bosco nella dimensione sociale della carità.
Che è prima di tutto professionalità, competenza, preparazione nel proprio lavoro. Non è il medico delle fiction quello che cura, quello tutto tirato a lustro, con gli occhi azzurri e il volto su cui si stampa un sorriso ebete. Il medico in gamba è quello che guarisce, anche se a volte è un po’ ruvido nel dire le cose e non usa mille giri di parole. Non farà male essere amabili (lo diceva anche Mary Poppins, ricordate? “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù.”), ma l’essenziale è essere preparati con la fatica che non cerca il plauso delle folle, ma cerca di fare del bene. Troppo spesso nella società dell’immagine l’amorevolezza rischia di essere valutata dai sondaggi, non dai risultati.
Che è poi ricerca del bene comune, anche a scapito del proprio. Troppo spesso la nostra vita comune appare come una guerra fra interessi contrapposti, dove ciascuno cerca di arraffare il massimo, e ne vediamo triste esempio nel malcostume della corruzione. L’amorevolezza dell’exallievo si traduce in faticosa scelta del bene comune in ogni ambito del proprio impegno. È un’economia che mette al centro la persona e non solo il profitto, la coesione sociale non la lotta di classe. È interesse a crescere insieme chiedendo a ciascuno la responsabilità dell’impegno e delle scelte e la coerenza con la propria coscienza.
Che è infine affidamento a Dio nella difesa della vita intesa come prestito di cui rendere conto, dato in amministrazione per far crescere la comunità degli uomini. Tutti. Nessuno escluso. Difesa e sostegno prima di tutto della famiglia, ambiente vitale in cui l’educazione prima si rende possibile: ogni sguardo adulto sulla vita parte dall’esperienza umanizzante della famiglia, nel riconoscimento della propria identità, nell’apprendistato della socializzazione, nell’educazione a prendersi cura di se stessi e di quanti al Provvidenza ci affida: che campo straordinario di impegno per la nostra testimonianza di allievi di don Bosco! È difesa dei più deboli, quelli cui dare di più perché a loro la vita ha dato di meno: i poveri gli abbandonati di don Bosco. E’ amore per la vita nascente e per la vita nel suo finire.
Nel 1883 andò a trovarlo un pretino lombardo, incuriosito di ciò che sentiva dire di lui. Diventerà Papa Pio XI, colui che proclamerà «Santo» don Bosco. Dovette aspettare, perché don Bosco aveva radunato i direttori delle sue case e parlava con loro. Intanto il pretino osservava. Quasi cinquant’anni dopo – ormai Papa – raccontava così quel!’ incontro: «C’era gente che veniva da tutte le parti, chi con una difficoltà chi con un’altra. Ed egli in piedi come se fosse una cosa di un momento, sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto. Un uomo che era attento a tutto quello che accadeva attorno a lui e nello stesso tempo si sarebbe detto che non badava a niente, che il suo pensiero fosse altrove. Ed era veramente così: era altrove, era con Dio. E aveva la parola esatta per tutti, così da meravigliare. Questa la vita di santità, di assidua preghiera che don Bosco conduceva tra le occupazioni continue e implacabili».
Ma questa era appunto una capacità educativa – su di sé e sugli altri – divenuta ormai santità. Negli ultimi mesi si trascinava a fatica: «Dove andiamo, don Bosco?» gli dicevano. Rispondeva: «Andiamo in Paradiso».
Fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. E fu il primo Santo della storia per il quale, il giorno dopo la canonizzazione, anche la Stato tenne una celebrazione in Campidoglio con discorso del ministro della Pubblica Istruzione. Era anche questo un riconoscimento di come ormai don Bosco appartenesse a tutti. Fino a oggi.
Professionalità, ricerca del bene comune, difesa della vita: sono tre “colori” della nostra amorevolezza, quella che ci ha nutriti in famiglia e a scuola, quella con cui vogliamo nutrire il mondo assetato di vita.
“Viveva come se vedesse l’invisibile!” dicono di don Bosco le costituzioni salesiane, ed è in quello sguardo limpido sull’eternità che si può nutrire il nostro amore. Ma “può lavorare gratis solo chi ha già uno stipendio!” mi diceva un vescovo in un corso di esercizi. E qual era lo stipendio di don Bosco? Come poteva permettersi di voler bene a tutti e farli tutti sentire i prediletti? Il nostro dialogo con il Signore ce ne darà la risposta. Bastano tre Ave Maria ai piedi del letto se ricordo bene…






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