Mi piacciono le provocazioni di Leonardo, soprattutto perché mi obbligano a pensare fuori dagli schemi, chiedendomi di misurare tutto ciò che direi con l’ascolto del cuore di chi dovrebbe leggere. Oggi Leonardo mi chiede di parlare di “Sensibilità e preoccupazioni comuni, scambio di informazioni, tipi di aiuti solidali”. È sicuramente il centro della nostra condivisione, è ciò che rende vero il nostro essere amici e concreto il nostro volerci bene.
Ben oltre quindi al solo sentimento: diventa responsabilità! È farsi carico l’uno dell’altro.
È il senso della compagnia dell’Immacolata dell’oratorio di don Bosco: i suoi membri dovevano accompagnare nell’inserimento nella comunità i nuovi arrivati, facendoci fratelli maggiori e amici previdenti.
Oh, certo potrei anche citare gli Atti degli apostoli, quando parlano della prima comunità cristiana, che come prima conseguenza della propria fede aveva deciso di mettere tutto in comune. Anche lì qualche resistenza ci fu, e qualche tradimento. Ma si sa: è storia di uomini oltre che progetto di Dio. Ieri come oggi.
Ma proprio lì dove si parla delle conseguenze dell’avere fede si parla prima di tutto delle motivazioni: «Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. Dio faceva molti miracoli e prodigi per mezzo degli apostoli: per questo ognuno era preso da timore. Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno ».(Atti 2, 42-45)
Bello, no? Ma difficile, oh come è difficile!
Mi viene fatto di chiedermi come oggi possiamo esprimere gli stessi sentimenti vivendo le stesse scelte. Qualche anno fa, direttore della casa di San Donà di Piave, scrivevo sul giornalino del mio oratorio alcune note sulla vita di comunità, per dire a chi con noi salesiani condivideva la gioia dell’educazione, da dove venisse la gioia di vivere e di stare insieme, l’essere don Bosco oggi. Prendevo l’esempio dalla giostrina posta al centro del cortile...
La giostra dell ’Oratorio
Sono seduto sul muretto che divide il porticato dal cortile, stanco dopo una settimana di attività straordinarie che segnano la fine dell’Estate e riaprono il cuore alla ripresa delle attività di gruppo. È uno di quei momenti che ogni direttore di oratorio desidera, la “quiete dopo la tempesta”.
Un bambino si avvicina con un pallone da consegnare all’armadio dei giochi: «Scusa – mi dice – sei tu don Bosco?».
Wow! Non mi era mai capitato! Metto da parte la pace desiderata e mi impegno a spiegargli che no, non sono io don Bosco, che don Bosco è morto tanti anni fa e che…
Lui mi guarda stupito e mi dice: «Mio papà mi ha sempre detto che anche lui andava al don Bosco e io pensavo che fossi tu…».
Cerco con lo sguardo gli altri salesiani sperando di trovarne almeno uno per dirgli che don Bosco è ancora presente, che abita ancora in oratorio attraverso i suoi salesiani.
«Ecco vedi, quel signore di 70 anni che gioca a racchettoni con il tuo amico, quello lì che ti fa cantare in chiesa ogni domenica, quello è don Bosco. E quell’altro coi capelli bianchi che gira in bicicletta in fondo al campo, anche quello è don Bosco. E questo, sudato e senza voce che sta preparando la bacheca, e quello seduto nell’angolo che parla conun animatore, e quest’altro
che arriva in macchina con le provviste per il bar… anche lui è don Bosco...!»
Non so se il mio piccolo amico ha capito che l’oratorio è proprio quello di don Bosco, ma la presenza di tanti salesiani nel cortile dà proprio l’impressione che ci sia lui, quello bello della lettera da Roma.
E mi rimetto soddisfatto a guardare la giostra che si vede entrando all’oratorio, qui a San Donà di Piave: tutti, piccoli e grandi, sono attratti dall’ormai consunta giostrina circolare che campeggia nel cortile interno. I più piccoli si siedono lì e girano per divertirsi, i giovani e i più grandi per incontrarsi e chiacchierare.
Per tutti coloro che entrano in oratorio essa rappresenta bene anche la bella esperienza di corresponsabilità e reciprocità che noi confratelli viviamo all’interno della comunità salesiana. La fortuna della nostra casa sta tutta nel non aver relegato ad una sola persona la responsabilità delle attività tipicamente oratoriane, ma di averle condivise distribuendole, con pesi diversi, a più persone, ognuna secondo le proprie possibilità e capacità.
Se ufficialmente uno è il responsabile dell’oratorio e a lui spetta la gestione del cortile di base delle attività di sostegno scolastico, di animazione estiva e dei momenti forti dell’anno, e altri tre confratelli sono direttamente coinvolti perché responsabili diretti di associazioni o attività, alcuni confratelli prestano il loro prezioso servizio passeggiando nei cortili incontrando i ragazzi, vigilando con sguardo preventivo, o attendendo i giovani e gli adulti in confessionale.
Ma come nella giostrina si può girare assieme senza parlarsi così potrebbe essere, e a volte lo è, tra di noi. Giriamo e corriamo tutto il giorno ognuno con le proprie cose da fare, senza la possibilità o la volontà di confrontarsi, di progettare assieme.
Ecco allora che l’esperienza più faticosa e contemporaneamente più arricchente è quella della progettazione e della verifica assieme di tutte le attività, tra di noi e con i laici. Se in calendario è fissato una volta alla settimana, quotidianamente, soprattutto a tavola, lo scambio di idee e di opinioni diventa occasione per pensare e ripensare le attività, per criticarle e arricchirle.
Ci si è resi conto che il male storico degli oratori che ad ogni cambio di direttore cambiano l’intera impostazione dell’opera, può essere vinto solo dall’impegno e dalla responsabilità affidata a tutta lacomunità nello sforzo di cercare che cosa il Signore vuole, convinti che la volontà di Dio non passa semplicemente attraverso i progetti di carta, ma soprattutto attraverso una rete di relazioni fatta di reciproca stima, affetto e benevolenza, frutto maturo della condivisione e del dialogo.
Cercare la volontà di Dio quindi, chiederci come siamo chiamati a fare di questo mondo il Suo Regno, che è pace e serenità per ogni uomo. È la nostra riflessione personale, la preghiera del “Ti adoro mio Dio e ti amo con tutto il cuore…” del mattino e le tre Ave Maria ai piedi del letto (non devono essere solo un bel ricordo: sono la garanzia di stare sulla strada giusta misurandoci con il Suo amore…). Sono la responsabilità nei confronti della nostra comunità civile, assumendoci la responsabilità in prima persona, per poter poi chiamare ogni egoismo ed ogni prepotenza con il suo nome.
È un cammino che siamo chiamati a fare insieme. La Provvidenza ha dato a Leo il carisma di farci ritrovare (tale è anche quando come dice lui “rompe”) non solo per farci commuovere davanti ad una bella fotografia che ingiallisce col tempo e riempie solo di nostalgia: siamo chiamati a ricordare ciò che ci ha costruiti come uomini responsabili, padri e mariti affettuosi. E a rendere fecondo il dono ricevuto, magari bonificando le esperienze non positive, perché i ragazzi e i giovani di oggi abbiano solo il meglio di quanto abbiamo avuto noi. Scrivevo ad una coppia di amici che mi raccontavano la loro vita di famiglia «Che bello essere genitori: dona alla vita una dimensione di futuro e di progetto, tutto è in prospettiva!».
Questo è il nostro essere e ritrovarci da amici: dare alla vita una dimensione di futuro, rendere il mondo più bello per i figli che ci vengono affidati!
Riprendo ora da una lettera di don Viganò, settimo successore di don Bosco, alcuni stimoli per il nostro impegno di adulti, allievi alla sua scuola. Ricorda alcuni impegni che siamo chiamati a
fare nostri:
• Preoccuparsi di conservare e sviluppare i principi che furono alla base della nostra formazione, per tradurli in autentici impegni di vita».
• Realizzare l’esortazione fatta agli antichi allievi dallo stesso don Bosco: di «tenersi uniti e aiutarsi» preoccupandosi… del mutuo aiuto dei singoli nelle necessità e, soprattutto,
di un contatto benefico con antichi compagni divenuti lontani.
• Un altro importante compito è quello riguardante la vita familiare dei singoli. Ciò suppone la conoscenza e la difesa dei diritti e doveri della famiglia nella società.
Come vediamo non si tratta solo di ritrovarci e gioire della nostra rinnovata amicizia, ma su di essa costruire futuro e responsabilità, “dare di più a chi ha avuto di meno” come con generosità state facendo con le adozioni a distanza.
Ma è anche rinnovata amicizia da “Compagnia dell’Immacolata”, farci cioè responsabili gli uni degli altri, cercare chi è più lontano, garantire la nostra simpatia, dare l’aiuto che possiamo.
È scambiare opinioni e confrontare le nostre scelte per riconoscere la fecondità che hanno prodotto.
È scriverci attraverso il giornalino o anche personalmente.
Come vedete l’affetto e l’insistenza di Leo ha messo in moto un mondo di possibilità.
Tutto questo possa aiutarci ad essere sempre più contenti nella nostra gioia di vivere e a condividerla con chi più ne ha bisogno.
Amici in don Bosco.






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