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Santo del Giorno
Lasciarsi guidare dall'amore
Scritto da Leonardo Spadavecchia   
Si tratta di un’attenzione intelligente e amorosa alle aspirazioni, ai giudizi di valore, ai condizionamenti, alle situazioni di vita, ai modelli ambientali, alle tensioni, rivendicazioni, proposte collettive.
Si tratta di percepire l’urgenza della formazione della coscienza, del senso familiare, sociale e politico, della maturazione nell’amore e nella visione cristiana della sessualità, della capacità critica e della giusta duttilità nell’evolversi dell’età e della mentalità, avendo sempre ben chiaro che la giovinezza non è solo un momento di transito, ma un tempo reale di grazia per la costruzione della personalità.
Per chi, come la maggior parte di noi, respira aria salesiana la parola amorevolezza rappresenta un mondo intero, uno stile inconfondibile di vita. Pertanto dovremmo essere pronti ad affrontare sacrifici e fatiche nell’adempiere alla missione “Bravo cristiano ed onesto cittadino”.
Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
Imitare Gesù e lasciarsi guidare dall’amore Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! È certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo. Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poco fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di
ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro sbagli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione. In certi momento molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita. Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra vis, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.
(Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209)
Il messaggio di don Bosco potrebbe essere riassunto nell’idea di cultura dell’amorevolezza, da intendere come ascolto della persona: essere uomini di cultura è essere uomini di cuore. Si tratta di far emergere ciò che l’uomo può esprimere, o riesce a saper fare. Cultura dell’amorevolezza è anche capacità immaginativa, in un mondo che spesso presenta una sorta di “analfabetismo emotivo” e di “inaridimento del cuore”. In questa prospettiva si punta anzitutto a coltivare e curare le relazioni personali. Don Bosco ama usare il termine ‘familiarità’ per definire il rapporto corretto. L’attualità del concetto di amorevolezza si rinnova di generazione in generazione e, anche se deve tener conto dei cambiamenti sociali e culturali in atto nella nostra realtà.
Oggi l’amorevolezza tradizionale andrebbe ripensata tanto nelle fondamenta, quanto nei contenuti e nelle sue manifestazioni.
Lo esigono l’inedito rapporto tra adulti e giovani e l’autocoscienza di questi, sempre più attenti a lasciarsi “catturare” affettivamente e pericolosamente dagli adulti (pedofilia), la critica situazione delle loro famiglie, caratterizzata dalla mancanza di relazioni fraterne (figli unici), di costante presenza della madre (inserita nel mercato del lavoro) di rapporti duraturi fra genitori (divorzi, separazioni).
 

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