Si fa un gran parlare sulla difficoltà di educare, sull’emergenza educativa che sentiamo così preoccupante, per cui credo che ci sia poco da aggiungere: dobbiamo tornare ad ascoltare, a mettere al centro del compito educativo il dialogo con i nostri ragazzi. Non si tratta di creare nuove scuole di pedagogia o di strutturare nuovi corsi: solo l’ascolto paziente e serio può fare spazio ad un positivo dialogo educativo.
Perché in realtà non è che manchino le domande, che manchi la ricerca del dialogo, anzi: la risposta alle domande dei ragazzi, forse arroganti e pretestuose, spesso inespresse ma esigenti, rimane l’unica possibilità di educare. Dobbiamo riprendere ad ascoltare la domanda di felicità dei nostri ragazzi, ma anche la domanda di proposte alte, di sfide esigenti. Quello che ci mette in difficoltà è che queste proposte devono venire da adulti credibili. C’è bisogno di padri che accolgono e sanno con fiducia spingere a navigare il mare aperto, non di padri capaci solo di consolare, padri che non sanno dire una meta, ma si accompagnano ai figli, cercando di essere amici, quando non solo complici in una adolescenza che non sfocia ai nell’età adulta.
Don Bosco fu invece un padre, amorevole ma anche esigente, capace di tenerezza ma ricco di proposte entusiasmanti e coinvolgenti, al limite delle temerarietà.
Ma per educare dobbiamo diventare casa e famiglia per chi non ne ha. O ne ha troppo poca, come tanti ragazzi anche oggi.
Una sera di maggio. Piove a catinelle. Don Bosco e sua madre hanno appena terminato la cena, quando qualcuno bussa al portone. È un ragazzo bagnato e intirizzito, sui 15 anni.
Sono orfano. Vengo dalla Valsesia. Faccio il muratore, ma non ho ancora trovato lavoro. Ho freddo e non so dove andare»…
Entra – gli dice don Bosco –. Mettiti vicino al fuoco, che così bagnato ti prenderai un accidente ».
Mamma Margherita gli prepara un po’ di cena.
Poi gli domanda:
«E adesso, dove andrai?».
«Non lo so. Avevo tre lire quando sono arrivato a Torino, ma le ho spese tutte».
Silenziosamente si mette a piangere.
«Per favore, non mandatemi via».
Margherita pensa alle coperte che hanno preso il volo.
«Potrei anche tenerti, ma chi mi garantisce che non mi porterai via le pentole?».
«Oh no, signora. Sono povero, ma non ho mai rubato».
Don Bosco è già uscito sotto la pioggia a raccogliere alcuni mattoni. Li porta dentro e fa quattro colonnine su cui distende alcune assi. Poi va a togliere dal suo letto il pagliericcio e lo mette lì sopra.
«Dormirai qui, caro. E rimarrai finché ne avrai bisogno. Don Bosco non ti manderà mai via».
La sua buona madre lo invitò a recitare le preghiere.
«Non le so, – rispose –. Le reciterai con noi» gli disse. E così fu.
Di poi gli fece un sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della religione.
Era il primo orfano che entrava nella casa di don Bosco. Alla fine dell’anno saranno sette. Diventeranno migliaia.
Il secondo fu un ragazzo dodicenne “di famiglia civile”.
Don Bosco lo incontrò sul viale San Massimo (oggi corso Regina Margherita).
Piangeva con la testa appoggiata a un olmo. Non aveva più padre. La madre gli era morta il giorno prima, e il padrone di casa l’aveva messo fuori, prendendosi le masserizie per rifarsi del fitto non pagato.
Don Bosco lo condusse da mamma Margherita e gli trovò un posto presso un negozio come commesso. Riuscì a farsi una buona posizione, e rimase sempre amico del suo benefattore.
L’imbroglio della nostra coscienza è credere che queste siano storie di ieri.
E invece sono le storie di oggi, di casa nostra e di lontano.
Volere bene a don Bosco, celebrarne la memoria non è allora fare feste e scrivere libri, cose pur buone e necessarie.
È riproporlo vivo oggi, con l’impegno di chi sapendo di essere stato amato diventa capace di amare. È fare in modo con una presenza educativa amabile e responsabile, cogliere la voglia di riscatto che ogni vita porta con se, anche quando è ferita perchè segnata da esperienze sbagliate.
A voi tutti cari amici auguro di essere capaci di ascoltare e consolare il pianto dei tanti “piccoli” che la Provvidenza ci affida: nel freddo di paesi e città sempre meno accoglienti impegniamoci ad insegnare la gioia di essere uomini, onesti cittadini perché buoni cristiani.






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