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Il duro compito dell'Exallievo di Don Bosco
Scritto da Editore   
Domenica 17 Ottobre 2010 20:22
Don Bosco aveva fatto una scelta precisa in campo educativo inventando il Sistema Preventivo: un tipo di educazione che previene il male attraverso la fiducia nel bene.
Educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile.
Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, Questa emergenza diviene tragica quando il diritto universalmente riconosciuto all’educazione non è garantito.
L’educazione dev’essere sempre più una finestra spalancata sulla realtà mondiale e un motore di sensibilizzazione e di trasformazione dell’umanità. Per questo, senza ideologizzazioni né manipolazioni, si deve ascoltare la voce di coloro che non hanno voce, sentire la fame e la sete, vedere la nudità di tanti popoli dimenticati; con coerenza si devono far conoscere gli sforzi di tanta gente impegnata nelle grandi cause della dignità della
donna, della pace, del rispetto del creato.
Di fronte alla situazione dei giovani del suo tempo Don Bosco fa la scelta dell’educazione: un tipo di educazione che previene il male attraverso la fiducia nel bene che esiste nel cuore di ogni giovane, che sviluppa le sue potenzialità con perseveranza e con pazienza, che costruisce l’identità personale di ciascuno.
In contatto con i ragazzi del carcere di Torino Don Bosco resta sconvolto. Egli scrive: “Vedere turbe di giovanetti sull’età da 12 a 18 anni; tutti sani, robusti, di ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire”.
Don Bosco vede la realtà sociale, ne coglie il significato e ne trae le conseguenze.
Nel suo cuore cresce una scelta personale di vita: “darsi di proposito alla cura dei ragazzi abbandonati”.
Con immaginazione e generosità Don Bosco crea un ambiente di accoglienza, ricco di qualità umane e cristiane, nel quale gli educatori sono presenti tra i giovani con una vicinanza affettiva. L’Oratorio di Valdocco diviene la sua realizzazione ideale e un punto di riferimento per il futuro, un autentico laboratorio pedagogico del Sistema Preventivo.
In questo ambiente Don Bosco attua in effetti una proposta educativa con la quale vuole prevenire le esperienze negative dei ragazzi che arrivano a Torino in cerca di lavoro, gli orfani o quelli i cui genitori non possono o non vogliono prendersi cura, i vagabondi che non sono ancora discoli.
La via è quella di approfondire e rendere operativi i suoi elementi fondamentali, che nel nostro linguaggio oggi indichiamo col nome “criterio oratoriano”.
Mettere i giovani al centro dell’attenzione educativa e apostolica “è uno degli elementi più specifici del ricco patrimonio spirituale che Don Bosco ci ha lasciato. Ed il compito che ci viene affidato è quello di portarlo in tutte
le culture dove noi andiamo e lavoriamo e dove, spesso, i giovani non contano”.
Occorre soprattutto fare questa scelta a favore dei giovani più poveri e a rischio, individuando le loro situazioni di disagio visibile o nascosto, scommettendo sulle risorse positive che hanno anche i più logorati dalla vita, impegnandosi totalmente per la loro educazione ed evangelizzazione. È cresciuta tra noi questa sensibilità verso i più poveri.
Don Bosco era convinto che il cuore dei giovani, di ogni giovane, è buono, e che persino nei ragazzi più disgraziati ci sono semi di bene e che compito di un saggio educatore è di scoprirli e svilupparli. Bisogna, dunque, creare ambienti positivi nelle opere educative, con proposte che stimolino il riconoscimento di queste risorse positive, promuovano il loro sviluppo e aprano al senso della vita e al gusto del bene.
La preventività, dunque, deve divenire la qualità intrinseca e fondamentale dell’educazione che in questo modo può anticipare il sorgere di situazioni e di abitudini negative, materiali o spirituali, e contemporaneamente
moltiplicare le iniziative che orientano le risorse ancora sane della persona verso progetti allettanti e validi.
Don Bosco nell’Oratorio creò una comunità, cioè una famiglia nella quale lui era presente, un ambiente d’incontro, di familiarità, nel quale si vivevano e si godevano i valori umani e cristiani fino a rendere desiderabile
la proposta della santità. Per Don Bosco ogni opera salesiana deve essere una “casa”, cioè una famiglia per i giovani che non hanno famiglia; un ambiente nel quale si privilegiano i rapporti personali, la presenza e il dialogo degli educatori tra i giovani, il protagonismo giovanile e la vita di gruppo, come luogo privilegiato di personalizzazione.
Come salesiani l’educazione ai diritti umani, in particolare quelli dei minori, è la via privilegiata per realizzare nei diversi contesti l’impegno di prevenzione, di sviluppo umano integrale. Il linguaggio dei diritti umani ci permette anche il dialogo e l’inserimento della nostra pedagogia nelle differenti culture del mondo.
Don Bosco: “Voglio che siate felici ora e sempre” si deve offrire ai minori gli elementi necessari per un loro adeguato e pieno sviluppo; ciò ci impegna a fare attenzione alle situazioni che, di fatto, limitano questa integralità nella dinamica quotidiana del processo educativo.
Il carattere comunitario salesiano richiede di lavorare sempre in gruppo, come comunità educativa. Non è possibile fare tutto da soli. Soltanto in comunità è possibile assicurare le condizioni di un ambiente e di una azione realmente educativa. Urge sviluppare una mentalità di rete, sia fra le diverse realtà della Congregazione, sia con gli altri soggetti che hanno a cuore l’educazione e la vita dei minori.
Trasformare la società dal di dentro, svolgendo la nostra missione educativa, richiede risvegliare nuove energie culturali e sociali.
Per garantire l’efficacia della via dei diritti umani nell’azione educativo pastorale salesiana si deve maturare la convinzione dell’irrinunciabile rapporto tra l’educazione e l’evangelizzazione.
Amare a Dio ed amare al prossimo si fondono tra loro: nel più umile troviamo Gesù stesso ed in Gesù troviamo Dio.
 

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