Giovanni Roda, accolto all’età di 12 anni, orfano e poverissimo, ricorda l’accoglienza che don Bosco gli riservò al suo arrivo a Valdocco: «Arrivati al cancello, prima di attraversare il cortile, (don Bosco) ha chiamato forte: - Mamma, venite un po’ qui. Venite a vedere chi c’è. Ha gridato proprio così, facendo festa come quando arriva un parente o un figlio... Da quel momento l ‘Oratorio è diventata la mia casa e don Bosco è diventato mio padre».
Dovessi descrivere la mai esperienza di oratorio e di aspirantato, non ho memoria di momenti così ben descritti come la memoria bella di Giovanni Roda: per me l’oratorio fu il luogo della crescita fin da bambino, per cui non emergono fatti particolari a riguardo dello stile e dell’accoglienza: per me era come essere a casa.
Il passaggio all’aspirantato segnò seriamente la mia appartenenza salesiana donandomi la gioia di una vivacità inattesa. Non ebbi all’inizio la fatica di lasciare la famiglia: andai in collegio con mio fratello Paolo, per cui gli affetti cari restavano vicini. Certo la famiglia non c’era, ma tanti fratelli che avevo trovato riempivano di amicizia le giornate. Devo dire che l’ambiente era vivacissimo e ordinato per cui non faticai ad amarlo. Poi mio fratello ritornò a casa ed io rimasi. Soffrii molto, ma ancora la nuova famigliarità acquisita con tanti fratelli e padri, dava alla mia fantasia la gioia di appartenenze che si spingevano fino ai confini del mondo, dove le avventure dei missionari ci portavano in volo, come nei sogni di Don Bosco. Domenico Savio e Michele Magone erano come amici di un tempo, e nel percorrere la loro esperienza ci davano l’entusiasmo di un un futuro possibile e trascinante. Devo proprio dire che l’aspirantato era e rimane per me un luogo di sogno! Mai un ragazzino di paese avrebbe trovato la serenità dei tempi di studio garantiti, di insegnati sempre a disposizione, la gioia di recitare, di giocare in tornei che duravano tutto l’anno, di avventure in montagna e di feste con cento e cento compagni. Ogni cosa era vissuta come un’esperienza nuova. Anche la preghiera e la liturgia erano splendenti perché ci mettevano la nostra fatica, la nostra musica e il nostro canto; certo c’era anche la fatica delle prove di canto, ma tutto concorreva a farci conoscere la presenza del Signore, la Sua compagnia serena e illuminante per la nostra vita.
Con lo sguardo di poi, ci mancavano tante cose, ma l’affetto e il clima che regnava erano il nutrimento del nostro stare bene e sentirci voluti bene. Ricordo tutti i miei superiori di allora, dal direttore ai chierici, dall’insegnate severo ma amorevole, all’assistente attento ed esigente, complice nelle avventure di ragazzi poco più giovani di lui (veniva con noi a "rubare" le fragole nell’orto, nonostante le sgridate dell’economo!).
Credo sia questo che ha segnato la mia e anche la vostra vita: la gioia di sentirci voluti bene. Non era l’affetto di mamma e di papà che in effetti ci mancavano, ma era l’affetto di fratelli maggiori impegnati a scoprire con noi il senso della nostra vita, la nostra vocazione.
Di molti degli amici di allora ho perso le tracce, anche se quando ne trovo qualcuno la gioia di essere stati fratelli riemerge nella gioia di sentirci ancora tali. E il dialogo riprende come se ci fossimo lasciati ieri. Il senso della vita che allora aveva invaso così profondamente le nostre vite non è venuto meno.
Anche chi si è distaccato dalla vita di fede, mantiene l’affetto e il rispetto per quanto in quegli anni ci è stato svelato come "Il Vero". Un amico oramai adulto, professionista affermato, cui la vita ha però riservato parecchie delusioni, mi scriveva alcuni anni fa: «Se potessi tornare indietro non farei tanti errori che ho fatto. Resterei con mia moglie nonostante le "troppe bellezze" che mi hanno distratto: solo ora che ho sessant’anni e tante illusioni le ho lasciate alle spalle, scopro che la fedeltà, anche quella dei giorni grigi, è una conquista che sazia ogni desiderio. E darei più tempo a quella figlia che ormai mi ha reso nonno e le cui risate di bambina che allora mi infastidivano nel lavoro, le vorrei ora la sera prima di dormire. Ma sono solo».
Credo che ognuno abbia di che rimpiangere la bellezza degli anni trascorsi, forse anche da recriminare. Ma credo che in ogni caso tutti possiamo cercare di costruire la gioia dell’educazione ricevuta prima di tutto per noi stessi. La memoria può essere un rifugio in cui nascondersi, ma può diventare la scuola cui tornare. La gioia della responsabilità che abbiamo condiviso, l’impegno straordinario per conquistare le vette che i nostri educatori ci proponevano, possono essere un po’ cambiate, ma pure permangono a spingere l’entusiasmo.
Ci può essere di aiuto la preghiera che ho ritrovato tra i miei ricordi informatici (dev’essere una preghiera scout).
Fa, o Signore, che io abbia le mani pure, pura la lingua, puro il pensiero.
Aiutami a lottare per il bene difficile contro il male facile.
Impedisci che io prenda abitudini che rovinano la vita.
Insegnami a lavorare alacremente e a comportarmi lealmente quando Tu solo mi vedi come se tutto il mondo potesse vedermi
Perdonami quando sono cattivo, aiutami a perdonare coloro che non mi trattano bene.
Rendimi capace di aiutare gli altri quando ciò mi è faticoso.
Mandami le occasioni di fare un po’ di bene ogni giorno per avvicinarmi di più a Gesù.
Può essere fedele a se stesso e coerente con la sua storia chi non finge di essere altro da ciò che è. E noi siamo uomini onesti, leali, responsabili, di mani pulite, come puliti sono il cuore e la parola.
Siamo coerenti se continuiamo a vivere non percorrendo sempre sentieri battuti e banali, ma capaci di fedeltà a noi stessi e alla nostra fede anche controcorrente. Gente che ama anche la strada difficile se è quella che porta alla meta, la fedeltà dei giorni grigi, non l’infedeltà devastante di chi incoscientemente getta il cuore su ogni nuova esperienza.
Quando eravamo in aspirantato nella Compagnia dell’Immacolata a ciascuno era affidato uno dei nuovi per aiutarlo ad inserirsi nel gruppo. Perché nessuno si sentisse escluso. Saremo coerenti se costruttori di comunione in un mondo che sembra vivere con il complesso di Fort Alamo, con il timore dei poveri che bussano alle nostre porte per avere parte del nostro bene, dimentichi che una volta, non tanto tempo fa, migranti e poveri eravamo noi. Chi si lascia convincere a costruire muri e respinge (sic!) i poveri che arrivano, soccomberà davanti ai popoli nuovi.
Abbiamo imparato a riconoscere la voce del Signore, amico oggi come ieri della nostra felicità. Il Suo Spirito ci suggerisce ancora quanto siamo chiamati a fare: spetta a noi ascoltarLo e farci guidare sui sentieri difficili della Volontà di Dio. Don Bosco ci aveva lasciato l’impegno di dire tre Ave Maria ai piedi del letto, perché nel silenzio della sera nel santuario della coscienza potessimo trovare col Signore la pace del cuore.
Mi sono venuti in mente questi ricordi nel pensare all’incontro con voi a Santeramo. Sembrava il primo giorno di scuola dopo le vacanze, quando un mondo di cose venivano condivise con la gioia di ritrovare gli amici.
Dovremmo farne tesoro per la vita quotidiana, quella che ci qualifica allievi di don Bosco nella ricerca di un mondo migliore, nell’inquietudine di chi sa che la meta non è ancora raggiunta, di chi ha passione per l’educazione e si commuove a vedere che i piccoli non sono amati a sufficienza, o nel modo giusto.
Credo di dovervi ringraziare per il vostro ascolto che non vuole essere solo memoria, ma vuole rendere ancora presente i valori dell’educazione ricevuta. La nostra coerenza è essere fedeli a ciò che siamo, all’amore con cui siamo stati amati, per riproporlo a chi incontriamo. Tra di noi prima di tutto, nell’attenzione a chi più ha bisogno, nella vicinanza affettuosa anche a chi è lontano o ha perso la speranza. Nella presenza fraterna con chi è oppresso dalla tristezza. Siamo chiamati a costruire da adulti quello che abbiamo vissuto da bambini, evitando gli errori di chi ci ha educato ed esaltando tutto quello che ha fatto bene.
Ci doni don Bosco di rimanere amici come allora, perché amici come allora non ne troveremo più.






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