La carità cambia la vita con il punto interrogativo o con quello esclamativo?
A chi fa o a chi riceve o a chi constata?
Qualche mese fa parlando con un ex allievo anziano, ho raccolto la tristezza e la fatica della solitudine che sta vivendo. Mi diceva di quando fosse stato importante per lui l’amore della moglie, mancata ormai da dieci anni, e di come l’affetto dei figli lontani e che sentiva così poco, non fosse in grado di colmare questo vuoto affettivo. Piangeva dicendomi che ormai pochi lo vanno a trovare.
Non ha problemi economici, avendo raggiunto una discreta autonomia economica; neppure la salute è un problema serio, fatti salvi gli inevitabili acciacchi dell’età.
Commosso dalla sua sofferenza, gli ho carezzato la mano che lui ha stretto e baciato come si usava fare a suo tempo con i sacerdoti e mi ha detto: "Ormai l’unica compagnia dovrò garantirmela da solo: per non soffrire al solitudine mi comprerò un cane!".
Quanto mi ha ferito questa affermazione! Non che un cane non possa dare compagnia, che anzi è una compagnia serena e così poco esigente, che spesso vale più di tante altre presenze. Ma mi sono chiesto quanto la "compagnia" che lo circonda, le persone che gli sono vicine si erano accorte di questa solitudine, di questa vera emergenza di cui poco si parla, quella delle persone sole, magari incapaci di cercare le amicizie giuste per mancanza di stimoli o per l’età avanzata come in questo caso!
Troppo spesso ci comportiamo come se fossimo delle isole, tutti presi dalle nostre fatiche e dai nostri problemi, resi insensibili dal nostro egoismo alle invocazione espresse e anche non espresse, dei nostri fratelli più poveri.
Ma chi è stato alla scuola di don Bosco sa che la compagnia, anzi "le compagnie" sono il sostegno di ogni scelta buona, l’accompagnamento necessario per vivere una vita giusta che non cede ai ricatti dell’interesse, ma sa farsi carico di se e degli altri nel rispetto della propria coscienza. Nei cortili in cui siamo cresciuti ci veniva insegnato che essere amici risponde ad un bisogno del cuore, e tanta cura ci si chiedeva di investire nella scelta di amici veri, che non sarebbero venuti meno.
Ad ognuno che entrava a Valdocco don Bosco affidava un angelo custode (oggi diremmo un tutor), un compagno più grande che se ne prendesse cura per introdurlo alla vita comune ed aiutarlo nei primi momenti di inevitabile fatica. Così fu per Michele Magone che, affiancato dall’angelo custode Domenico Savio, seppe passare da una vita superficiale e alla sola ricerca del divertimento ad una vita santa cui lo introdusse don Bosco con la semplice mediazione di Domenico.
Forse nelle nostre compagnie (tali sono le nostre unioni!) dovremmo prenderci l’impegno di angeli custodi, quasi tutor dei più lontani, di quelli che sono in difficoltà, di chi non si fa sentire. Che bello vedere lo sguardo di un amico che si sentiva abbandonato e si scopre cercato!
Nel cuore del bambino ogni desiderio è di essere amato, perché da solo non potrebbe vivere né tantomeno costruirsi una vita felice. Nel cuore dell’adulto questo bisogno essenziale di essere amato si accompagna ad un profondo bisogno di amare, perché essere adulto è "dare la vita" e non si vive una vita piena se in qualche non diamo la nostra vita. L’amore dell’adulto non può essere solo ricerca della propria felicità, ma è dono di sé alla persona amata, a tutte e persone che si amano. È gioia per la felicità dei figli per cui siamo disposti a dare letteralmente la vita. È gioia per la felicità degli amici, quei prossimi che Gesù ci insegna ad amare più di noi stessi.
"Alla sera della vita, ciò che conta è avere amato!", stava scritto in un poster che tenevo in ufficio, e credo di poter dire che ogni nostra sera deve poter verificare che abbiamo amato per lasciarci addormentare soddisfatti dopo le tre Ave Maria.
Per chi conta di più la carità? Per chi la fa o per chi la riceve? E quanto conta bene fa a chi ne è testimone?
Non credo si possano fare statistiche, perché la gioia di amare non è seconda alla gioia di essere amati, né è da meno la gioia di essere testimoni della carità. Giovannino a questo fu educato da sua madre, alla carità per i più poveri, e tanto bene lo imparò che, sia da ragazzo nel dare il suo pane bianco all’amico che aveva solo pane nero, sia nel generoso sostegno offerto agli amici negli anni "favolosi" di Chieri, sia da prete impegnato a dare una casa e una famiglia ai ragazzi poveri e abbandonati non seppe sottrarsi alla gioia di volere bene anche quando questa costava la fatica di dimenticarsi di sé.
Forse è il tempo di dare altre dimensioni al nostro personale desiderio di "dare la vita". Oltre la necessaria e splendida vocazione di essere padri e madri a distanza, ogni più generosa esperienza di volontariata cui ci sentiamo chiamati, per noi amici da anni lontani è necessario aprire il cuore alle domande di quegli amici, ritrovare lo stesso entusiasmo e la stessa generosità che ci portavano ad essere tutti per uno.
So già la domanda che ci nasce in cuore: ma al mio bisogno di essere amato chi ci pensa? Anch’io sperimento la fatiche di tutti, le stanchezze, la frustrazione per esperienze sbagliate.
Carissimo altra cura non c’è alla nostra sofferenza che farsi carico di quella degli altri. Come le nostre mamme la cui gioia più profonda era il nostro sorriso di bambini, il nostro grazie di figli. E la fiducia in Colui che tutto mantiene delle Sue promesse. Quand’ero bambino, chierichetto di dieci anni, ricordo il mio turno mensile di servizio alla Messa prima della domenica, alle 6.30. Ricordo che in Chiesa c’erano soprattutto donne. Forse che avevano poco sonno? No, avevano bisogno della comunione con Dio prima di preparare la giornata dei figli e del marito. Forse è dalla preghiera faticosa di mia mamma e di mia nonna che incontravamo in chiesa che ho imparato che dobbiamo imparare a lasciarci volere bene dal Signore. Forse è proprio da qui che bisogna ripartire, dal farci raggiungere dal Suo Spirito che suscita nel cuore le domande e suggerisce le risposte.
Per imparare a volere bene non serve nessuna scuola. A volte basta solo fare un po’ di compagnia, passare a trovare un amico, alzare la cornetta del telefono, scrivere una mail. Stare. Come Maria stare ai piedi della croce dei fratelli, sostenere con uno sguardo sereno il loro dolore. A noi la paga la darà Gesù. E tanta gioia quando leggeremo la riconsocenza negli occhi dell’amico: "Grazie di essere venuto: ti ho aspettato tanto!"
Carissimo amico exallievo, sono contento che ora hai un cane che ti fa compagnia. Ma molto di più sono contento di più per la tua esclamazione commossa al telefono:
Sono venuti a trovarmi!".
Spero che me lo dicano in molti!






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