Condividendo i bisogni altrui, si scopre una corrispondenza con i propri perché l’esigenza della bontà, della giustizia, del vero e della felicità, costituiscono il volto ultimo, l’energia profonda con cui gli uomini di tutti i tempi e di tutte le razze accostano tutto. Questa esperienza elementare, il cuore, si origina da un grappolo di esigenze e di evidenze sostanzialmente uguali in tutti.
Anche in un periodo drammatico come quello che stiamo vivendo e con la fatica di arrivare alla fine del mese, ancora una volta la sfida è educativa. Attraverso le iniziative che promuovono il dono di sé, si può educare alla responsabilità verso se stessi e verso gli altri cominciando a ridare il giusto valore anche alle cose. Se è vero che la prima carità è l’educazione, per noi è altrettanto evidente che la prima educazione dev’essere alla carità.
Innanzitutto la natura nostra ci dà l’esigenza di interessarci degli altri.
Quando c’è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell’esistenza.
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l’esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi.
Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell’essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l’essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos’è ogni cosa, che cos’è Dio da cui nasciamo, che cos’è l’Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità.






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