Nel lungo tramonto di una sera d’estate tra i monti belli e selvaggi della Carnia dove la dolcezza delle Dolomiti cede il passo all’asprezza di boschi verdi e poco frequentati, guardavo con nostalgia un gruppo dei miei ragazzi con cui condividevo l’ultimo campo scuola: erano di terza media e molti di loro non sarebbero più rimasti nella nostra scuola. Pensavo all’entusiasmo di qualche giorno nell’ultima uscite alle Malghe, sui quasi duemila metri della “Creta verde” , dove con alcuni di loro eravamo rimasti a dormire. Pensavo alla gioia e alla confidenza di quei momenti attorno al fuoco, allo scambio profondo nel tempo della preghiera in cui il desiderio di bene di Dio sulle loro vite era apparso a tutti chiaro.
Uno di loro, disteso sul prato dove tutti ci eravamo seduti nello splendore di un cielo limpido come mai prima avevo visto, aveva recitato a memoria l’inizio del salmo 8:
“O Signore nostro Dio: quanto grande il tuo nome su tutta la terra! Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, tutto hai posto sotto i suoi piedi, la luna e le stelle che tu hai fissate, gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare…”.
Tutti ci eravamo distesi a contemplare le stelle, a miliardi nel cielo senza nuvole, e nel silenzio stupito, ho quasi respirato il desiderio di futuro di quei ragazzi che ansiosi si aprivano alla vita scegliendo il meglio, l’amicizia di Dio, una comunità di amici a cui sentirsi legati, la riconoscenza per le famiglie e gli educatori. Ero commosso ascoltando tutte queste cose che sentivo senza che loro parlassero. Quella notte si sono confessati tutti con la gioia di sentirsi perdonati, perché figli, non perché buoni, ma perché amati. Il desiderio che li spingeva così avanti coi sogni aveva una forza impossibile da fermare. È la forza della vita che non si ferma e che, soprattutto quando è così vicina “alla Fonte”, è invincibile. Tanti altri ragazzi la Provvidenza mi ha affidato, a tanti ho fatto da guida verso le scelte della vita, ma quelli mi sono rimasti di più nel cuore, forse perché erano i primi frutti del mio ministero sacerdotale, ormai quasi trent’anni fa! Li ho seguiti nella preghiera. Con molti c’è una bella amicizia ora che sono mariti e padri e due di loro “don”.
C’è un senso di vette conquistate nell’entusiasmo con cui ci risentiamo. Questa notte uno mi ha mandato un sms alle 2.30: “Alle 1.45 è nato Michele: sono contentissimo!”.
Mi ha svegliato ma era una gioia troppo grande da attendere troppe ore per condividerla!
A volte altri sentimenti ci fanno ritrovare figli bisognosi di affetto e compagnia.
Qualche disagio famigliare, problemi con i figli che sembrano trovare alla loro vita significati diversi da quelli proposti dall’educazione.
Qualche dolore drammatico nel distacco doloroso da persone amate. L’entusiasmo di quattordicenni non è venuto meno, ma ha imparato a fare i conti con le fatiche della vita, quelle vere e faticose del lavoro e degli affetti, quella della coerenza cercata nel mondo del lavoro.
Hanno imparato la pazienza dalle cose che hanno vissuto, come Gesù, che “Imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Ebrei 5,8). Hanno fatto propria la pazienza, la virtù più adulta che ci sia, quella che permette di attendere la realizzazione dei sogni dalla fatica di costruire il presente: non hanno rinunciato a sognare, ma hanno imparato ad attendere perché la vita cresca al di là della pretesa infantile del tutto e subito. Hanno coltivato la speranza che è il frutto più bello della pazienza. Certo sono cambiati i ritmi e tempi della soddisfazione. A volte cambiano anche i sogni: si ridimensionano o si aprono su altri orizzonti. Ma hanno nel cuore l’entusiasmo di quella sera: tutto è possibile, voglio e posso cambiare il mondo se vivo fidandomi di Dio. Vorrei leggervi le mail che mi scrivono, ansie e desideri grandi e maturi, ma appartengono a loro e non a me. Mi piace però dirvi quanto la moglie di uno di loro mi raccontava poco tempo fa quasi con un po’ di gelosia: “Si vede che sono cresciuti insieme! Quando si ritrovano sembrano fratelli distanti da tanto tempo e se li lasci fare tornano ad essere i ragazzi che erano!”.
“Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”! Così dicevano i nostri nonni. La paglia e il tempo sono la pazienza prodotta da una vita vissuta alla luce di Dio, Lui che ad compimento ai sogni. Normalmente assomigliano a quelli che facevamo da ragazzi, ma ora da grandi li vediamo realizzati al di là delle attese nella bellezza della vita che continua.
Forse dovremmo ogni tanto ritornare lassù sopra i duemila metri, dove è facile parlare di Dio e parlare con Lui, per vedere quanto bene è stato seminato nella nostra vita, per noi e da noi.
E per vedere che la pazienza che abbiamo imparato ha dato i suoi frutti.
“O Signore nostro Dio: quanto grande il tuo nome su tutta la terra! Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, tutto hai posto sotto i suoi piedi, la luna e le stelle che tu hai fissate, gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare…”.






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