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All'origine della parola "Pazienza"
Scritto da Editore   
Venerdì 05 Agosto 2011 08:21
La parola pazienza ha origine dal latino volgare patire (cfr. Il greco pathein e pathos, dolore corporale e spirituale).
La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un’opera o una qualsiasi impresa.
La pazienza, quindi, è una virtù sommamente necessaria. Chi non ha la pazienza non ha niente, dice un proverbio e san Giovanni Bosco aggiungeva: “Ciò che santifica non è la sofferenza, ma la pazienza”.
La virtù della pazienza non è molto gettonata oggi. Si può dire che è bassa in classifica, assai poco quotata. Spesso senti dire uffa, quanta pazienza, mi hai fatto perdere la pazienza! Al diavolo la pazienza! Espressioni che usiamo per dire che non ne possiamo più. Nei casi migliori si esclama con rammarico: Santa pazienza! e con ciò si vuole indicare che qualcosa disturba molto, ma si è troppo educati per reagire con parolacce.
La pazienza, invece, è qualcosa di molto nobile e degno di stima: è la capacità di portare con dignità e, se possibile, con eleganza situazioni molto pesanti, un modo di reagire alle difficoltà maturo e responsabile. È il coraggio di resistere, anche di fronte alle minacce di morte qualche volta. Per imparare la pazienza dobbiamo guardare innanzitutto a Gesù che, come dice Pietro in una sua lettera, «oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia». Nell’ultima notte della sua vita Gesù ci dà esempi concreti di pazienza e dominio di sé; Matteo, infatti, ci racconta che, mentre i sommi sacerdoti e gli anziani lo accusano, lui non risponde nulla. Mantiene lo stesso atteggiamento anche nell’ultimo interrogatorio dinanzi al procuratore Ponzio Pilato, che governava la Palestina e aveva su di lui potere di vita e di morte.
Quando Pilato ostenta questo potere, Gesù coraggiosamente replica che gli è stato dato dall’alto e, quindi, dovrà renderne conto.
Ma è soprattutto sulla croce che Gesù esprime il massimo della capacità di soffrire con dignità. Dal Vangelo di Luca sappiamo che, dopo essere stato sottoposto a tortura e inchiodato alla croce, Gesù muore dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». In quel momento il centurione, un ufficiale romano così chiamato perché era a capo di un centinaio di uomini, si trova di fronte a lui e riconosce: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio».
Grandi esempi di sopportazione serena e forte nelle prove ci vengono offerti anche dagli apostoli. Nel libro che racconta le vicende successive alla morte e alla risurrezione di Gesù c’è scritto che, dopo la prigionia e il processo tenutosi contro di loro a Gerusalemme, gli apostoli vanno via dal tribunale «lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù». La pazienza è veramente roba da grandi allora! A loro tocca sopportare le difficoltà! Io penso, invece, che non sia così. Anche un bambino può essere chiamato a sostenere situazioni pesanti e difficili.
La pazienza è il sale con cui condire tutte le azioni quotidiane, è l’olio che rende percorribili i cammini dell’esistenza liberandoli dalla loro ruvidezza. Senza non è possibile affrontare e gustare le difficoltà della vita, arrivando anche a gioirne, Spero che tu abbia avuto la pazienza di leggermi fino a questo momento. L’impaziente siede sempre sui carboni accesi. I dolori capitano a tutti, ma l’impazienza li peggiora. L’impazienza rovina non solo il tempo della prova, ma anche quello della tranquillità, perché impedisce alla situazione di evolvere in senso positivo. Invece la pazienza sul momento è amara, ma il suo frutto è dolce.
Ma come ottenere questa pazienza così importante? È la forza del desiderio che produce la sopportazione delle fatiche e dei dolori. Nessuno accetta di sopportare il dolore, se non per ciò che piace. E questo perché l’animo di suo fugge la tristezza e il dolore e quindi mai accetterebbe il dolore per se stesso, ma solo per uno scopo. Quindi è necessario che il bene per cui uno accetta di soffrire sia più desiderato ed amato di quel bene la cui privazione produce il dolore che sopportiamo con pazienza. In parole povere occorre avere una grande aspettativa di bene per mettere pratica la virtù della pazienza.
San Francesco di Assisi: «È tanto il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto». Evidentemente san Francesco non amava il male di per sé, ma per il grande bene che poteva venirne.
Questo bene di cui parliamo discende direttamente da Dio. Di più, come scrive s. Agostino: “La virtù della pazienza è un dono di Dio così grande, da essere elogiata come un attributo dello stesso donatore”. Ossia il primo ad aggiudicarsi la virtù della pazienza è Dio stesso. “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”. “Ma tu, nostro Dio, sei buono e fedele, sei paziente e tutto governi secondo misericordia”.
San Pietro poi completa il ragionamento: “Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.
Dalle definizioni precedenti comprendiamo anche che la virtù della pazienza ha un vizio che le si oppone ed è quello dell’ira, ma su questo non mi voglio trattenere adesso.
La pazienza è più che la tolleranza. La pazienza è la virtù dei forti, si dice, e non si sbaglia. Questa fortezza interiore si manifesta, oltre che nel non arrabbiarsi, ossia nel non lasciarsi trasportare dall’ira, anche nella grandezza d’animo. Grandezza d’animo e pazienza sono vicine, perché come abbiamo detto prima, solo chi è orientato al conseguimento di grandi cose e quindi apre il suo animo alla ricerca del bene nell’accezione più ampia, può avere anche la pazienza di aspettare e sopportare.
La pazienza che consente di concretizzare le aspirazioni verso un bene sempre più grande si trasforma spontaneamente in un’altra virtù che la completa, ed è la perseveranza.
Più che con la forza, le grandi opere si compiono con la perseveranza. Un anziano diceva: “Quando viene la tentazione, le difficoltà si moltiplicano per ogni minima cosa, così da scoraggiarci e indurci alla mormorazione”.
Vuoi terminare qualche cosa di bene? Non lasciarti sviare dagli ostacoli poiché saranno distrutti dalla tua pazienza”.
 

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