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Il Pane del Perdono: bonificare il cuore
Scritto da Don Enrico Peretti, sdb   
Martedì 06 Settembre 2011 07:35
Ne “I promessi sposi”, il quarto capitolo, verso la fine presenta la scena del perdono, Lodovico, fattosi frate col nome di Padre Cristoforo, chiede il perdono al fratello della sua vittima, la cui famiglia lo aveva accusato d’omicidio.
Dando rilevanza anche agli sguardi dei presenti, Manzoni introduce questa scena con Lodovico che si sveste dei suoi abiti civili per mettere la toga e diventare quindi Fra Cristoforo.
Subito il novello frate chiede al suo superiore di potersi scusare di persona con la famiglia dell’uomo da lui ucciso per una stupida sfida, in modo da non coinvolgere il convento.
Alla notizia il fratello della vittima, che prova un misto di stupore, sdegno e compiacimento, dice al guardiano del convento di riferire a Fra Cristoforo che il loro incontro si sarebbe tenuto pubblicamente, e non in modo ravvicinato come si sarebbe potuto pensare. Il luogo descritto dal Manzoni è un salone della casa molto sfarzoso e provoca turbamento nell’animo di Fra Cristoforo che passando attraverso una sfilata di nobili, riesce tuttavia a farsi coraggio e a raggiungere il padrone di casa, il quale lo attende con occhi bassi, mento alto e l’elsa della spada nella mano con la punta poggiata a terra, quasi a lasciar intendere ai presenti, senza l’uso della parola, il suo stato d’animo. Fra Cristoforo, invece, presentandosi in franco e schietto dicendo – «Sono io l’omicida di vostro fratello» –, provoca un silenzio improvviso. A questo punto tutti i presenti, che si aspettavano una scena di confusione e clamore, rimangono immobili, mentre il fratello prova una sorta di ritegno e, considerando anche la natura di frate di Lodovico, umile e penitente, si lascia coinvolgere da questa Grazia e concede a Fra Cristoforo il perdono da lui tanto desiderato. Quest’ultimo non cancellerà comunque la “complessione del male”, o senso di colpa, del povero frate che, dopo aver ringraziato enormemente per la grazia concessagli tenta, senza troppi preamboli, di congedarsi. Quando però gli viene data la possibilità di venire incontro ad un suo bisogno, Fra Cristoforo chiede umilmente che gli sia donata una pagnotta. «Queste cose,» disse [fra’ Cristoforo al fratello dell’ucciso], «non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire di aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono». Essa, servitagli su un vassoio d’argento e messa nella modesta sacca di juta del frate, lo accompagnerà per tutto il romanzo fino alla sua morte causata dalla peste: il pane del perdono.
Di qui Fra Cristoforo, con l’intenzione di recarsi al convento, si licenzia riverito e baciato dai presenti in una scena commovente che manifesta la potenza del perdono chiesto e ricevuto, come medicina che sana il dolore e l’orgoglio ferito. Il pane del perdono è un simbolo molto rilevante. Conservato da fra Cristoforo da quel momento in poi, gli ricorderà sempre la facilità con cui si può peccare e la colpa di cui si è macchiato, perché il più severo dei tribunali è quello della coscienza, che ricorda costantemente il male da dover scontare”.
Potente davvero la scena dei promessi sposi. Mette bene in mostra come alla base del perdono non dato ci sia un cuore impantanato nell’orgoglio, che da questo perdono non dato è come inquinato e sconvolto.
Ognuno di noi si porta nel cuore ferite che sembrano non rimarginarsi mai. Eppure è la nostra stessa storia che ci fa vedere come tante situazioni che ci portiamo dentro il cuore non ci fanno bene, facendoci tornare sempre dove la ferita non si vuole guarire. È come se invece di lasciar guarire dal tempo (e dalla Grazia) le ferite che abbiamo subite, continuassimo a togliere le bende e a guardarle e toccarle, quasi per soffrire ancora di quel dolore. E così la ferita non si rimargina mai. Quando invece ci lasciamo raggiungere dalla Grazia lasciamo che il Signore compia il miracolo della guarigione: resterà la cicatrice a ricordarci il dolore, ma non più come ferita aperta e sanguinante, ma solo come memoria di un dolore che non ferisce più.
Perché la vita, ogni vita, è fatta oltre che dalle gioie smisurate del nostro diventare uomini, anche dal dolore degli errori fatti e subiti e mai completamente perdonati e sanati. Perché il cuore, ogni cuore, non riesce ad amare pienamente se non è riconciliato. Siamo chiamati ad essere adulti, costruttori di futuro e di serenità intorno a noi, in famiglia, coi figli, con gli amici solo attraverso l’esperienza del perdono dato e ricevuto. Lo dobbiamo a tutti perché sono fratelli fragili come noi, che spesso “non sanno quello che fanno”.
Il perdono lo attendono mamme e papà dai figli ormai cresciuti, lo attendono gli educatori dagli allievi ormai educatori a loro volta. E non dipende dal fatto che il perdono ci venga chiesto: sarebbe come legare la salute del nostro cuore cuore alla responsabilità dei fratelli. Il perdono deve partire da noi, come dono gratuito, come acqua che risana da una sorgente pura. Scriveva un ex allievo dei suoi maestri ricordati come severi e intransigenti: “Li perdono per non esser sempre stati dei bravi educatori, perché non sempre mi hanno capito e sostenuto, non sempre mi hanno valorizzato, perché a volte mi hanno punito e trattato ingiustamente. Signore, li perdono di cuore di tutto. Ho scoperto che sono uomini, deboli come me”.
La misericordia è uno dei temi generatori di rinnovamento per il nostro mondo sempre più ancorato a divisioni e rivendicazioni che non lasciano spazio ad un futuro condiviso responsabilmente. A noi il compito di vivere la misericordia del Buon Pastore che cerca la sua pecorella smarrita. La pazienza e il perdono del padre Misericordioso che abbraccia il figlio al suo ritorno a casa.
Il segnale
Un giovane era seduto da solo nell'autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino. Aveva poco più di vent’anni ed era di bell’aspetto, con un viso dai lineamenti delicati. Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente: «Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa».
Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta.
Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo, disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono. Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell’autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare.
Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall'autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull'autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita.
Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco. Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: «Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino».
L’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide l'albero. Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò: «Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi».
Sia la nostra vita un albero pieno di fiori bianchi!
 

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