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Il rispetto
Scritto da Don Enrico Peretti, sdb   
Giovedì 10 Novembre 2011 19:14

"È un continuo rincorrersi di ragazzi, festa in ogni angolo del cortile, grida, canti e partite, un vero paradiso dei ragazzi…". È in oratorio da pochi minuti, ha cercato il direttore di oggi per ringraziare i tanti salesiani di ieri. Lo sguardo verso il cortile e la giostra, rapito nel ricordo degli anni favolosi dell’infanzia, suggerisce che quest’uomo dai capelli grigi ha superato la soglia del tempo per rivivere come fosse oggi la bellezza di quei giorni. Mi commuove questo suo ricordo di tanti anni fa. Mi riempie di orgoglio il condividere la stessa responsabilità!

Quando bambino giocavo in cortile, sembrava tutto bello e facile, tutto appariva con la scioltezza delle cose normali, poco conoscevo della fatica che ci stava dietro… Ora divenuto adulto apprezzo meglio la bellezza dell’oratorio, ora che ne conosco la fatica e che ne condivido gli impegni…

"E poi la banda…! Che bellezza la banda dell’oratorio! Quando suonava la banda iniziava la festa, tutto diventava festa! Don Tarcisio aveva chiesto anche a me di suonare, ma allora il pallone mi piaceva troppo, e le ricreazioni passate a provare sembravano una penitenza: lasciai prima di cominciare… Che bello sarebbe ora che ho tempo… se avessi imparato a suonare!" È commosso il mio amico, ragazzo di quarant’anni fa , ricordando quegli anni…e lo siamo anche noi che ne siamo stati compagni ed amici.

Per proporre una riflessione sul rispetto nella nostra esperienza salesiana, voglio partire da queste righe scritte anni fa per parlare della banda dell’oratorio da cui provengo.

La riflessione proposta da un commosso exallievo mi ricordava come sempre l’educazione salesiana mira a far emergere le doti di tutti, a far trovare il posto giusto per ciascuno in modo che nessuno si senta escluso. Credo che in educazione questa si la miglior forma del rispetto. Lo ascoltiamo anche da quanto scrive un grande exallievo, il genovese professor Giovanni Maria Flick, già ministro della giustizia e presidente della corte Costituzionale.

Nel descrivere i valori dell’educazione salesiana che sono in sintonia con i contenuti della Costituzione Italiana scrive: "La formazione umana e cristiana che costituisce l'obiettivo della scuola salesiana, accanto alla dimensione religiosa, si radica in una serie di valori profondamente laici ed espressivi della centralità della persona, nei termini in cui essa è proposta dalla nostra Costituzione: il principio lavorista, quello personalista, quello di eguaglianza e di pari dignità, quello di solidarietà, quello di sussidiarietà".

Afferma il professor Flick, che l’educazione alla scuola di don Bosco faceva riferimento al rispetto della "pari dignità" della comune dignità di ogni persona, soggetto di diritti e di responsabilità. Non più e non solo un ingranaggio di un sistema, ma una persona capace di progetti grandi che andavano oltre i condizionamenti della situazione personale, ma anche oltre i sogni e i desideri.

"Non si tratta solo, riduttivamente, di dare a Cesare ciò che gli spetta. Si tratta, piuttosto, di saper riconoscere e valorizzare concretamente la dignità del minore".

Al didi facili e retoriche affermazioni di tanti, don Bosco seppe riconoscere il rispetto per ogni persona a partire dal rispetto per quei poveri ragazzi e giovani che la Provvidenza gli affidava: seppe far nascere in loro la coscienza di figli di Dio, che come conseguenza li portava a progettare la propria vita con responsabilità e sicurezza, ridava a loro la dignità di persone spesso abbandonate a se stesse. Ne è segno la ricchezza di responsabilità cui siamo stati abituati nelle nostre esperienze di collegio. In essa la nostra vita scorreva piena di proposte e di opportunità, nell’esperienza delle Compagnie, veri luoghi di educazione, dove progressivamente siamo cresciuti responsabili della vita comune. Erano scuola di responsabilità le lunghe serate a preparare il teatro, le sgargianti scenografie e il coinvolgente ritmo delle operette o delle accademie. Erano scuola di animazione i pomeriggi passati a preparare i tornei, a sistemare i materiale del gioco, a disegnare le bacheche. Erano scuola di carità i pomeriggi passati ad aiutare i poveri del vicinato, a pulire la casa del vecchio contadino che abitava solo in una casetta nei campi, a raccoglier le pannocchie rimaste nel campo dopo la raccolta con le macchine per la famiglia di una povera vedova che ci ringraziava con il the e un pezzo di pane.

Erano scuola di educazione politica le riunioni di associazione, dove a ciascuno era chiesto di farsi responsabile della vita del gruppo, con l’assunzione di ruoli e compiti. Era in fondo la costruzione di una società in miniatura, dove da cittadini ci rendevamo responsabili del bene comune. Che nostalgia per il sapore buono di quelle attività tanto semplice eppure così ricche di conseguenza sulla nostra vita futura di uomini adulti, di padri responsabili, di cittadini attivi.

Don Bosco ha saputo fare questo attraverso un'intuizione (da lui tradotta in pratica) che ha trovato piena conferma sia nelle indicazioni proposte cento anni più tardi dalla Costituzione, sia in quelle poi riaffermate dalla Carta europea dei diritti fondamentali, in coerenza con le indicazioni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia. Il diritto del minore al benessere e la preminenza del suo interesse su tutti gli altri (art. 24 della Carta europea) riassumono ed esprimono la sua pari dignità sociale (art. 3 della Costituzione), e cioè il suo diritto fondamentale a essere riconosciuto come persona, la sua identità non sacrificabile nel confronto con altri interessi, l'impegno alla sua tutela di per sé, non in subordine alla tutela di altri diritti e interessi (come ad esempio quelli della famiglia), o in chiave paternalistica e assistenziale. A me sembra che il messaggio ed il modello educativo di don Bosco abbiano saputo sin dall'inizio mirare alla prospettiva di realizzare concretamente ed effettivamente la dignità del minore. E ciò, credo, vale a superare le perplessità avanzate da chi in passato temeva che la componente religiosa dell'educazione salesiana potesse risolversi in termini di autoreferenzialità, paternalismo, rigidità dottrinale, distacco dall'impegno politico e sociale, insufficiente autonomia decisionale. Il rispetto dunque, come riconoscimento della dignità di ciascuno. Insomma, dei due valori-chiave della Costituzione (dignità e laicità) il modello salesiano ha perseguito e realizzato il primo, nei centocinquanta anni del percorso unitario: in un modo e con risultati tali da compensare largamente la "disattenzione" (o la minore sensibilità) verso il secondo.

Lo ricordava anni addietro un ex-allievo salesiano, illustre e laico, Sandro Pertini, il quale riconosceva di aver "imparato nella scuola salesiana un amore senza limiti per tutti gli oppressi e i miseri", al quale lo aveva iniziato "la vita mirabile del Santo". Una testimonianza significativa dell'efficacia del messaggio educativo di don Bosco. Credo sia giusto ricordarla, in occasione dei centocinquanta anni dell’unità italiana e della presenza salesiana nel Paese.

Nel tempo che ci ha fatto grandi abbiamo imparato che alla scuola di don Bosco ci è stato dato molto di più di quello che ci era espressamente insegnato. Ora dobbiamo essere noi a trasmettere questa sapienza.

È il Rispetto che dobbiamo alle nuove generazioni: in un tempo in cui troppe variabili e interessi entrano in gioco educare che ciascuno ha diritto di essere educato a scoprire il suo posto nel mondo, a mettere a disposizione le sue doti per sperimentare di essere importante.

Per il Signore siamo tutti importanti, tutti contiamo.

Essere cristiani è amare come Lui.

Essere salesiani è amare soprattutto i giovani che cercano, spesso con angoscia e timore, la loro strada.

Essere riconoscenti a Don Bosco è fare di tutto per assomigliargli.

Ciao. Buona festa delle castagne!

 

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