Crescere insieme familiarizzando, senza perdere la propria identità
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth». (Giovanni 1,45)
Nel Vangelo si riporta come Natanaeale, che da allora in poi si chiamerà Bartolomeo, entra in contatto con Gesù: è Filippo che ce lo conduce, dicendogli di aver incontrato il Messia. “Un discepolo affascinato da Gesù e felice di averlo incontrato, si fa testimonianza, si fa occasione perché un altro diventi discepolo. L’incontro con Gesù è qualcosa di contagioso. Si trasforma subito in testimonianza. Il discepolo si fa segno. Ma la fede non si compie quando incontra il segno (sufficiente a mettere in movimento, a far nascere un desiderio, una ricerca), ma quando si incontra Gesù: vieni e vedi: la fede piena nasce dall’esperienza”.
L’amicizia è uno dei valori più condivisi e riconosciuti universalmente. È l’esperienza di trovare qualcuno con cui condividere un tratto di strada nel faticoso camminare che è la vita. Spesso è solo un farsi compagnia, l’appoggiarsi di due viandanti che cercano sostegno e consolazione. A volte è un amore forte che si fa responsabilità, un amore che indica una strada sicura perché già percorsa, un amore che è tenerezza, ma anche forza e sicurezza. È l’amicizia di Filippo per Bartolomeo: una volta conosciuta la felicità non può non dirla agli amici. Di questo amore di amicizia vogliamo riflettere. Capire da dove nasce e come si sostanzia.
Per Filippo è stato l’incontro con Gesù che gli ha cambiato la vita: nella sua piccola progettualità di pescatore irrompe il sogno di salvezza di Dio per tutti gli uomini, che lo coinvolge dando ai suoi sogni di piccolo cabotaggio la misura del mare aperto, dell’oceano sconfinato. Non è la passione adolescenziale del gabbiano Jonathan (uno dei punti fermi della nostra adolescenza!), ma l’amore concreto di chi ridona la vista ai ciechi, la parola ai muti, l’udito ai sordi, fa camminare gli storpi e libera i prigionieri. Perché c’è una insuperabile distanza tra il volere bene e volere il bene l’uno dell’altro. Nella prima accezione la tenerezza e il bisogno di consolazione hanno il sopravvento. È un po’ come l’amore per gli animali che danno tanto e chiedono poco, ti riempiono la vita e attendono solo attenzione e coccole. Molto più esigente è l’amore per le persone, amore che richiede responsabilità, fermezza, pazienza educativa, misericordia. Oltre naturalmente alla gioia dell’amore gratuito, che è o diventerà responsabile anche di noi.
È l’amore per i figli, così bello e gratificante quando sono piccini, così impegnativo e faticoso quando sono adolescenti e giovani! Ma è questo amore che costruisce la vita, è questa responsabilità che ci rende costruttori del mondo, perché sappiamo di consegnare alla comunità degli uomini e delle donne capaci di cambiarlo per renderlo sempre più bello e somigliante alla patria che tutti attendiamo e vorremmo!
È un amore esigente quello umano. È la capacità di donare non solo se stessi, ma anche la nostra conoscenza del mondo, la nostra esperienza di uomini e cose. Mi scriveva ieri un’amica insegnante che oltre la sciocchezza dilagante ha l’impressione che i ragazzi di oggi siano più intelligenti di quelli di ieri. Mi chiedo però se conoscere di più voglia dire capire di più, sapere di più. L’intelligenza è capace di intus legere, di leggere dentro le cose non solo di conoscere i fenomeni.
La verità dell’amicizia è quella di chi oltre a dare conforto aiuta a capire, addita delle mete, propone dei progetti. L’amicizia che è solo compagnia è esperienza da diporto, non è navigare nel mare aperto, non è il “duc in altum”.
Farsi amici gli uni agli altri è costruire se stessi condividendo la fatica esaltante della vita, non solo avere qualcuno con cui passare il tempo. Filippo fu questo amico per Natanaele – Bartolomeo: condivide con lui la gioia che ha conosciuto e sperimentato.
Un’amicizia che cambierà la vita di Bartolomeo che da quel momento cominciò a seguire Gesù, prima insieme al suo nuovo gruppo di dodici amici, e poi come apostolo fino alla fine dei suoi giorni.
La testimonianza è chiara: è veramente amico non chi vuole genericamente bene, ma chi vuole il bene della persona amata, la sua gioia piena e abbondante, non consolazioni di bassa lega. Più mi prendo cura della mia felicità, del mio bene, quello vero e che non delude, più sono in grado di volere bene, di prendermi cura degli amici. Un amore responsabile che conosce e sa dire la verità che ha sperimentato. Tutto il resto è complicità. Un amore che sa farsi carico, che sa essere presente, vicino e partecipe nella gioia del dolore, per condividere l’uno e l’altro.
Io sono questo amico? So correggere l’amico e il fratello quando penso stia sbagliando? So rallentare il passo per accompagnarlo? Qualche anno fa, alle Paraolimpiadi di Seattle, nove atleti, tutti mentalmente o fisicamente disabili erano pronti sulla linea di partenza dei 100 metri. Allo sparo della pistola, iniziarono la gara, non tutti correndo, ma con la voglia di arrivare e vincere. Mentre correvano, un piccolo ragazzino cadde sull’asfalto, fece un paio di capriole e cominciò a piangere. Gli altri otto sentirono il ragazzino piangere. Rallentarono e guardarono indietro. Si fermarono e tornarono indietro ciascuno di loro. Una ragazza con la sindrome di Down si sedette accanto a lui e cominciò a baciarlo e a dire: «Adesso stai meglio?» Allora, tutti e nove si abbracciarono e camminarono verso la linea del traguardo. Tutti nello stadio si alzarono, e gli applausi andarono avanti per parecchi minuti. Persone che erano presenti raccontano ancora la storia.
Perché ci commuove tanto questa storia? Perché dentro di noi sappiamo che dice la verità ne risveglia dentro di noi la nostalgia: sappiamo che la cosa importante nella vita va oltre il vincere per se stessi. La cosa importante in questa vita è aiutare gli altri a vincere, anche se comporta rallentare e cambiare la nostra corsa. Quella ragazza ha capito tutto: nessuno va lasciato indietro, soprattutto se è più debole.
“Dare di più a chi ha avuto di meno”, nostro slogan del congresso di Torino è una altro modo per dire che vogliamo aiutare i giovani, soprattutto i più poveri e gli abbandonati. Vogliamo diventare loro amici. Ce lo doni il Signore Gesù, Lui che è il nostro amico.






Twitter
Myspace
Mister Wong
Digg
Del.icio.us
Yahoo
Technorati
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio