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Centocinquant'anni di Storia per la Salvezza dei Giovani
Scritto da Don Pascual Chávez, sdb   
Indice
Centocinquant'anni di Storia per la Salvezza dei Giovani
Un Gesto di Grande Portata
Per i Giovani e con i Giovani, Don Bosco Fondatore
Consacrati a Dio nei Giovani
Le Nostre Costituzioni, la Via della Fedeltà
Don Bosco Fondatore di un vasto movimento di persone che in Vari Modi Operano per la Salvezza dei Giovani
Conclusione
Tutte le pagine
«Chiamò a sé quelli che Egli volle ed essi andarono da Lui» (Mc 3,13)
NEL 150° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA

1. “Un gesto di grande portata”. 1.1 Si partì nel nome della Madonna. 1.2 Giorni di attesa. 1.3 I ragazzi della ‘cintura nera’. 2. Per i giovani e con i giovani, Don Bosco Fondatore. 2.1 L’evento. 2.2 I nostri giovani ‘padri fondatori’. 2.3 Coinvolgere i giovani di oggi. a) Don Bosco intuì che per la sua Congregazione la strada giusta era quella della giovinezza. b) Don Bosco non aveva paura a chiamare i suoi giovani a imprese coraggiose e, umanamente parlando, temerarie. c) La Compagnia dell’Immacolata, fondata da san Domenico Savio, fu il piccolo campo dove germinarono i primi semi della fioritura salesiana. 3. Consacrati a Dio nei giovani. 3.1 Figli di Fondatori consacrati. 3.2 L’insegnamento di Don Bosco ai suoi Salesiani. 4. Le nostre Costituzioni, la via della fedeltà. 4.1 La prima fotografia voluta da Don Bosco. 4.2 Un cammino lungo e spinoso. 4.3 Sacralità delle Regole approvate dalla Chiesa. 4.4 Il ritornello costante di Don Bosco e di don Rua. 4.5 Il rinnovamento delle Costituzioni. 4.6 Le parole del testamento. 5. Don Bosco, Fondatore di “un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù” (Cost. 5).  5.1 I “figli dell’Oratorio sparsi in tutto il mondo”. 5.2 La vasta rete della Famiglia Salesiana. 5.3 Ciò che Don Bosco sentì e vide. Conclusione.

Roma, 25 marzo 2009
Solennità dell’Annunciazione del Signore
 
Carissimi confratelli,
in questi tre ultimi mesi, dopo l’ultima lettera che vi ho scritta, ci sono stati eventi assai significativi per la vita della Congregazione. Oltre i lavori del Consiglio Generale, nella sessione plenaria dell’inverno 2008-2009, abbiamo avuto la celebrazione del Congresso Internazionale su “Sistema Preventivo e Diritti Umani”, le Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana e, in un ambito più ristretto ma non meno importante, la mia visita a tre delle Ispettorie del Sud dell’India: Chennai, Tiruchy e Bangalore.
Attraverso ANS siete stati tempestivamente e ampiamente informati, per cui qui non faccio nessun altro commento. Sono sicuro inoltre che i partecipanti delle Ispettorie ai primi due eventi hanno riferito ai confratelli della propria Ispettoria l’esperienza vissuta, la riflessione fatta, e le proposte ed orientamenti emersi.
Io sono lieto di tornare alla comunicazione con voi e di farlo in questa data dell’Annunciazione del Signore, che ci mostra che la nostra vita è vocazione. È molto illuminante constatare come nella Scrittura l'essere e i rapporti costitutivi della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, che non rivela inferiorità o dipendenza, ma l’amore gratuito e creativo da parte di Dio. Ciò si deve al fatto che l’uomo non ha in sé la ragione della propria esistenza, né della propria realizzazione. La deve a un dono.
È situato in una relazione con Dio da ricambiare. La sua vita non ha senso al di fuori di tale relazione. L’oltre che percepisce e desidera vagamente è l’assoluto, non un assoluto estraneo ed astratto, ma la sorgente della sua vita che lo chiama a sé. Tutta la storia dell’elezione del popolo di Dio e delle vocazioni singole viene presentata in questa chiave: l’iniziativa di amore di Dio, la posizione dell’uomo di fronte a Lui, lo snodarsi dell’esistenza come un invito ed una risposta, come un appello accolto. La categoria di creatura si ricollega quindi a quella di interlocutore di Dio: «Ecco la serva del Signore, si compia in me la tua parola», risponde Maria all’Angelo. Il dono della vita contiene un progetto; questo si va svelando nel dialogo con sé, con la storia, con Dio, ed esige una risposta personale. Ciò definisce la collocazione dell’uomo rispetto al mondo e a tutti gli esseri che lo compongono.
Questi non possono colmare i suoi desideri e quindi l’uomo non è ad essi sottomesso. La cifra di questa struttura della vita è l'alleanza tra Dio e il popolo. Essa è elezione rinnovata e gratuita da parte di Dio. L’uomo deve prenderne coscienza ed assumerla come progetto di vita, guidato dalla Parola che lo interpella e lo pone nella necessità di scegliere.
La vocazione cristiana non è dunque un’aggiunta di lusso, un completamento estrinseco per la realizzazione dell’uomo. È piuttosto il suo puro e semplice compimento, l’indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale. Allo stesso modo l’inserirsi nella dinamica del Regno, a cui Gesù invita i discepoli, è l’unica forma di esistenza che risponde al destino dell’uomo in questo mondo e oltre. La vita si svolge così interamente come dono, appello e progetto.
Cari confratelli, ho voluto iniziare questa comunicazione con voi prendendo spunto dalla ricorrenza dell’Annunciazione del Signore, quasi a modo di commento del versetto del Vangelo di Marco che ho posto nel titolo di questa lettera. Si tratta di un testo che in appena un versetto, in forma molto schematica, narra la decisione maturata da Gesù di chiamare un gruppo di uomini per stare con Lui e renderli partecipi della sua stessa missione a favore dell’umanità.
Nell’episodio, centrale nel racconto di Marco perché è la cronaca della fondazione del gruppo dei Dodici, Gesù è già missionario del regno di Dio nei villaggi della Galilea; a differenza della prima chiamata, che fu un invito pressante fatto a due coppie di fratelli (cf. Mc 1,17.20), questa è un comando schietto, frutto di una decisione personale: Gesù chiama quelli che vuole e li chiama per essere con lui, sul monte; per andare da lui “e stare con lui” (Mc 3,14) debbono lasciare la folla che lo seguiva. Il gruppo nasce con compiti ben precisi: essere con lui per diventare, poi, suoi inviati. I dodici sono, dunque, tra i primi chiamati quelli che Gesù vuole sempre accanto: convivere con lui è la loro prima occupazione, poi verrà l’invio. Per l’apostolo la convivenza precede la missione: solo i compagni di Gesù, i suoi intimi, saranno i suoi rappresentanti. Gesù non usa compartire la sua missione con chi non ha condiviso la sua vita (cf. At 1,21-22).
Mi sembra che questa sia un’introduzione che aiuti a capire bene il significato e le prospettive del 150° anniversario della fondazione della Congregazione Salesiana. “Prima, infatti, della fondazione sanzionata dall’autorità, ci fu la fondazione reale della sua Società che porta la data del periodo in cui egli gettò le basi del suo minuscolo Oratorio di S. Francesco di Sales. Non cambiò mai idea su questo punto, sia lui che del resto i suoi primi collaboratori”.[1]
Quanto fece Don Bosco chiamando un gruppo dei suoi ragazzi dell’Oratorio di Valdocco e la risposta che essi diedero è, in realtà, una vera esperienza evangelica, di forte valenza simbolica e paradigmatica: come Gesù, Don Bosco chiamò alcuni giovanotti che gli erano vicini per condividere con loro vita, sogni e missione; come Gesù, Don Bosco trovò i suoi collaboratori tra quelli che gli erano accanto; essere con lui, anche se ancora tanto giovani, fu il presupposto naturale per venir invitati. 

 

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