Non c’era altro modo per vincere la nostra povertà che farsi vicino.
Fin dall’inizio dei tempi Dio ha cercato di stare vicino alle sue creature. Camminava con Adamo nel suo Paradiso, ma Adamo non comprese l’amore di Dio, non seppe stare come figlio alla sua presenza. E mise la sua fiducia nel grande divisore, il diavolo. E si allontanò da Dio che lo aveva creato.
E allora Dio, fedele al suo amore nonostante il castigo imposto, si scelse un popolo tra gli uomini per costruire la sua alleanza. Pieno d’amore per le sue creature le ricolmò dei suoi beni, diede loro una terra in cui scorrono latte e miele. Ma il suo popolo non si fidò di quell’amore e cercò altri idoli. Suo destino fu l’esilio: distanti da Dio perdiamo la gioia di essere figli, ci fidiamo di noi e del tentatore e dei nostri templi non rimane che pietra su pietra.
Infine quel Padre ci mandò il Figlio prediletto per dirci che ci amava più di ogni altra creatura, un Figlio che chiamasse attorno a sé il popolo nuovo. Ma ancora Dio sperimentò che le sue creature, i figli amati oltre ogni misura, non erano poi molto disponibili ad accoglierlo. Trovò spazio tra le altre creature, tra gli animali, tra l’asino e il bue, tra le pecore e gli agnelli. Ma trovò il grembo di Maria per prendere un corpo, l’amore casto ma appassionato di Giuseppe per avere una famiglia. E per quel grembo, per quella famiglia noi siamo stati salvati, abbiamo potuto incontrare l’amore che salva, l’amore che non si ferma, l’amore fino alla fine. E chi vuole l’ha capito: Dio è amore e noi che siamo stati fatti a sua immagine, dell’amore, siamo chiamati a diventare sua somiglianza, l’amor oggi.
Che Natale allora questo del 2009?
Quale somiglianza dell’amore di Dio dobbiamo costruire nella nostra testimonianza?
Abbiamo vissuto con dolore tante scelte che non condividiamo, tante esclusioni, tante limitazioni dei diritti, tanti respingimenti disumani dei poveri che bussano alle nostre porte. Ma perché Gesù trovi accoglienza nella nostra vita, perché non sia costretto a nascere e a vivere tra le bestie, tra i nostri rifiuti dobbiamo tradurre il dolore e l’indignazione in responsabilità.
Ma come fare? Come essere solidali e condividere quando anche noi sperimentiamo la povertà?
Basta guardare in volto i più poveri, quelli che accanto a noi stentano di più, quelli che faticano, quelli che disperano, chi vive con ansia il futuro per un lavoro che non c’è. O che non basta.
Basta guardare il volto di chi muore di fame: in un mondo che spreca dobbiamo diventare capaci di non buttare via le risorse. Imparare la sobrietà per poter essere sempre più capaci di carità ed elemosina che è divisione dei beni.
Maria e Giuseppe bussano ancora alle nostre porte: hanno altri nomi, ma sono sempre loro. E quel grembo gravido di vita è gravido di Gesù che chiede una casa, una famiglia: chiede di vivere.
Proviamo a tradurre tutto questo nella nostra vita.
Il Signore viene a far festa con noi.
Viene come un bambino perché non ne abbiamo paura.
Viene con le braccia spalancate in un abbraccio che vuol commuovere ogni uomo, viene a dirci: “Ho bisogno di te, mi faccio bambino perché solo così comprenderai che la felicità è volere bene, accogliere la vita in ogni momento,
la vita debole del bambino che comincia a crescere nel grembo della mamma,
del piccolo che piange e chiede di essere amato ed educato,
nel giovane che chiede la carità di essere seguito con pazienza,
nell’adulto che chiede la carità di giuste condizioni di vita,
nell’emarginato perché forestiero, o carcerato, o escluso dal nostro star bene,
nell’anziano che chiede di non essere emarginato,
nel vecchio che ha bisogno di sostegno perché da solo non ce la fa,
nel morente che chiede la misericordia di una mano da stringere nel passaggio doloroso da questo mondo all’eternità.
E puoi allungare la lista dei Gesù che chiedono di essere accolti, di non essere spinti ad abitare “fuori dalla città”, con le bestie.
Se non trovassimo il tempo e le risorse per amare Gesù che bussa ancora oggi, a nulla vale indignarci, a niente servirebbe chiamarci cristiani. Senza la carità a nulla serve indignarci perché qualcuno ci dice di togliere il crocifisso: Gesù va onorato prima di tutto nella persona dei fratelli.
La festa della nascita di Gesù ci trovi attenti e capaci di carità. Liberiamo il cuore dal peso del peccato con una bella confessione. Diamo spazio a Gesù celebrando l’eucarestia con la nostra comunità. Accogliamo Maria Giuseppe e il bambino nella nostra casa.
Questa è la nostra festa di Natale.
L’augurio è che questo avvenga nelle nostre case.






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