L'ospite principale della mattinata del primo “Forum sulla Comunicazione sociale” era Andrea Tornielli, giornalista del quotidiano il Giornale. Enrico Greco, moderatore dei lavori, lo ha presentato alla platea citando i titoli di alcuni dei libri (in particolare di Storia della Chiesa) che ha scritto, fra i quali “Paolo VI – L'audacia di un papa” (Mondadori). Greco, in maniera maliziosa, ha ricordato che Tornielli è un vaticanista, una figura professionale che deve al contempo essere giornalista e diplomatico, per evitare punizioni (come l'essere escluso dai viaggi papali) per aver scritto qualcosa di sgradito alla Curia.
Il giornalista nel mondo d'oggi
Andrea Tornielli, che in Internet ha un blog molto seguito (“Sacri palazzi”), ha cominciato il proprio intervento ricordando i suoi primi passi in una redazione, un'esperienza che lo ha segnato in maniera secondo lui positiva. Fra l'altro, durante la gavetta, ha seguito la cronaca nera in un quotidiano, e questo implica di doversi procurare la foto di un morto in un incidente stradale.
Sulla base della sua esperienza, egli pensa che viviamo in una fase di passaggio, e quindi fare il giornalista è difficile. E lo è perché oggi abbiamo un numero sovrabbondante di giornalisti, e l'accesso alla professione avviene soprattutto attraverso le scuole legate di solito alle università, e non attraverso il lavoro nelle redazioni.
È difficile anche perché oggi si va sempre più contro la specializzazione, col giornalista in redazione che sta davanti al computer e “taglia e cuce” gli articoli mandati dai collaboratori esterni. Ma per Tornielli “minore specializzazione significa minore professionalità” per il redattore.
“Oggi la specializzazione non è valorizzata, la competenza non è valorizzata” nel lavoro in una redazione. Ma ciò danneggerà la professione poiché impedirà al singolo articolista di diventare conosciuto dai lettori per le sue competenze. E così non potrà diventare autorevole. “Tanto più un giornalista diventerà 'autorevole' tanto più potrà resistere al potere”, ha spiegato il relatore.
Egli ha individuato tre tentazioni da cui un giornalista si deve guardare. La prima è quella, abbastanza ovvia, del potere. La seconda, più sottile, è quella dell'audience,ossia il desiderio di raggiungere il maggior numero di persone possibile con tutti i mezzi a disposizione. L'ultima è quella del “in tempo reale”, ossia della volontà di battere il concorrente sul tempo nel dare l'informazione prima possibile. In realtà, secondo lui, le ultime due non sono tentazioni di per sé. Lo diventano se da obiettivi da perseguire per affermarsi diventano fini in se stessi.
Allargando lo sguardo alla realtà dell'informazione nel suo complesso, secondo lui non ci sono alternative al modello attuale, per quanto riguarda i mezzi di comunicazione. Ma con un'avvertenza: “Bisogna stare sul mercato senza essere del mercato”. Quello attuale, legato appunto alle logiche della domanda e dell'offerta, è il migliore fra i sistemi di organizzazione dei media che si sono seguiti. Esso garantisce infatti la possibilità di esprimersi una volta che si riesce a raggiungere un pubblico sufficiente vasto.
Nonostante gli aspetti positivi, il sistema dell'informazione nel nostro paese ha grossi difetti. Per parlare della Chiesa, ad esempio, sono utilizzati due registri. Uno, il “registro alto”, ideologico, che racconta la realtà della Chiesa solo nella sua dimensione politica (come i conflitti di potere, che pure ci sono); l'altro, il “registro basso”, spettacolare, che dipinge gli aspetti marginali, che confinano, fra l'altro, con l'economia, il miracolismo e la sessualità. Il primo registro relega la Chiesa nelle pagine della politica, il secondo in quelle della cronaca.
I giornali italiani si sono “settimanalizzati”, ossia sono diventati come i settimanali. Sono quindi generalisti, si rivolgono a tutti. Contengono l'approfondimento e la cronaca, e usano entrambi i registri visti prima. Negli altri paesi, invece, esistono quotidiani che puntano più sull'analisi e il commento, mentre altri si concentrano sulla cronaca.
Il “clericalismo di ritorno”
Esiste tuttavia un male più sottile che condiziona il rapporto fra mezzi di comunicazione e mondo cattolico. In Italia “purtroppo oggi viviamo in un sistema per il quale sembra che la Chiesa non parli se non parlano i vescovi”. E quindi, secondo Tornielli, si cerca il vescovo, anche se emerito (ossia in pensione), per farlo parlare su tutto. Il fatto che ci vuole un vescovo o un cardinale per sentire l'opinione della Chiesa è per lui un “clericalismo di ritorno”.
Questo andazzo fornisce poi al lettore l'idea che la Chiesa intervenga su tutto, il che non è vero. Troppi interventi ti rendono meno autorevole e meno ascoltato quando parli di qualcosa di importante. Il rischio è quindi che la Chiesa appaia come la “chiesa del No”, e non come la Chiesa che parla di Cristo, che ama l'uomo e lo vuole salvare. Più si parla di morale e meno c'è fede. Per Tornielli, che ha una formazione da storico, le epoche in cui la Chiesa ha parlato più di morale sono quelle in cui c'è stata più crisi nella fede. La Chiesa ha una grande risorsa, che è quella della storia della sua lingua e dei suoi gesti, che andrebbe usata di più e meglio.
La notizia che riguarda il mondo cattolico subisce spesso le scelte di chi gestisce una redazione, dove il bisogno di seguire l'attualità trasforma ciò che viene da fonti “cattoliche” in notizie “deboli”. E “nel mercato la notizia 'forte' scaccia quella 'debole'”. Ma dietro queste scelte vi possono essere dei limiti propri di certa comunicazione religiosa. Essa rischia infatti di essere schiacciata da altre notizie, se si riduce alla cronaca di qualcosa che è interno alla chiesa.
Bisogna inoltre fare un'analisi del proprio modo di comunicare. A proposito di certa comunicazione che viene dal mondo cattolico si può dire, secondo Tornielli, che “è il Verbo che, invece che farsi Carne si è fatto carta”. Bisogna evitare allora il linguaggio autoreferenziale, quello di una chiesa che parla a se stessa. “Chiedere che [si] abbia una sensibilità giornalistica significa avere cura che quello che viene detto sia comprensibile all'esterno”, e possa così raggiungere il maggior numero possibile di persone.
La Chiesa ha una risorsa enorme, quella di poter raccontare storie di umanità. E questo non a partire dai discorsi (che pure ci vogliono) ma dalle storie concrete. Tornielli spiega che se ogni domenica nel Credo (in quello detto “degli Apostoli” o in quello “niceno-costantinopolitano”) pronunciamo il nome di Ponzio Pilato (che altrimenti rimarrebbe uno sconosciuto funzionario dell'Impero romano) è per dimostrare la storicità della figura di Gesù Cristo, che è vissuto realmente.
Uno dei pericoli fondamentali da sfuggire è la “questione antropologica”, ossia che temi come quelli della bioetica trasformino l'uomo in un mezzo da sfruttare. Bisogna evitare su questi temi la contrapposizione ideologica (il che non vuol dire non dire certe verità), che rischia di far diventare la Chiesa la “chiesa del No”. Il giornalista cita il Messaggio di Giovanni Paolo II del 2003 sulle Comunicazioni Sociali: “Mettere l'uno contro l'altro nel nome della religione (commento di Tornielli, “ma anche nel nome dell'etica e della bioetica”) è un grave errore”.
Vivere in un contesto multiculturale e multireligioso non significa vivere in un'epoca in cui non c'è domanda religiosa. È vero, esiste una religione “fai da te”, ma la religione c'è ancora. Anzi, ce ne è di più. C'è quindi un grande terreno da coltivare, visto che c'è tanta ignoranza religiosa. Tante conoscenze sono infatti sparite, e quindi basta che arrivi un autore come Dan Brown [l'autore del libro “Il codice da Vinci”] perché venda milioni di copie minando con le sue “rivelazioni” i fondamenti della fede. Dire ciò non è un'esagerazione per Tornielli, che riferisce un episodio capitatogli durante un incontro pubblico a proposito del Codice da Vinci. Un sacerdote si è alzato piangendo per raccontare che, al termine di una confessione, un ragazzo gli ha detto che, dopo aver letto il libro, non sarebbe più andato a confessarsi perché non credeva più a quello che la Chiesa annuncia.
La priorità oggi, anche nell'Europa scristianizzata, è rievangelizzare. In questo modo si farà conoscere Cristo e non solo una morale, e quindi non una “chiesa del No”. C'è poi bisogno dei preti che diano i sacramenti.
La Chiesa ha bisogno di questo volto di misericordia. La gente ha bisogno di sentirsi amata e accettata per come è.
Domande e risposte
Alla fine della sua relazione a Tornielli, che conduce anche una trasmissione su Radio Maria (“Cronache cattoliche”), sono state rivolte alcune domande dal pubblico. Per ragioni di spazio fra le varie questioni poste ne abbiamo scelte alcune, e ci scusiamo con gli “esclusi”.
Michele Panajotti, attuale Direttore di Voci Fraterne, ha chiesto qual è il rapporto fra la notizia e la centralità della persona. Secondo Tornielli, andiamo verso un tipo di informazione che fa prevalere sempre e solo la notizia rispetto alla persona, indipendentemente dal suo ruolo pubblico. Un giornalista ha indubbiamente un dovere verso la verità, e le cose bisogna che le dica. Ma tenendo sempre presente la dignità della persona. Forse l'esperienza del passato, in cui si affiancava il giovane appena entrato in redazione ai giornalisti più esperti che insegnavano a gestire certe situazioni, è venuta meno.
A chi gli chiedeva come possiamo fare comunicazione da exallievi, oltre che attraverso Voci Fraterne, Tornielli ha indicato due vie da percorrere. La prima è quella della sensibilizzazione sul territorio sui temi che ci interessano, facendo conoscere il nostro punto di vita con una comunicazione quasi da persona a persona. Vi è poi Internet: essere presenti lì in una maniera dialogica e accattivante è la seconda strada da percorrere. A una spettatrice Tornielli ha risposto che il futuro della comunicazione sembrano infatti essere Internet e i cosiddetti “social network” (come Facebook). In realtà, rispondendo a un'altra sollecitazione, il giornalista ha notato che tutta l'informazione dei giornali punta ancora alla copia stampata, nonostante le nuove tecnologie.
Quali sono le prospettive per il mestiere del giornalista? Secondo il relatore, “Tanta informazione [attraverso giornali, Internet, ecc., ndr.] non significa migliore informazione”. Va quindi salvata la professionalità del comunicatore, di chi media tra realtà e lettore fornendo elementi per capire l'informazione che viene fornita e collocare la notizia nel suo contesto. La professione sarà quindi sempre più importante nel futuro per i lettori e gli ascoltatori, vista la massa di informazione disponibile.
Troviamo giusto concludere con quanto Tornielli ha affermato dopo essere stato provocato dal Vice Presidente della Federazione Italiana Exallievi/e di Don Bosco, Giancarlo Colombo riguardo al ruolo dei laici nella comunicazione della Chiesa (ma non solo). Per il vaticanista, viviamo in una situazione ancora malata di clericalismo, fuori e dentro la Chiesa. Lo spazio per il laico c'è, ma egli deve essere disposto a prenderselo. Con tutto quanto ciò comporta in termini di impegno, fatica e responsabilità.
Svolgere un ruolo più incisivo nella comunicazione è allora un problema di coscienza e di autocoscienza dei laici, che al giorno d'oggi non si interessano di questi temi, salvo poi lamentarsi.
(Sintesi a cura della Redazione di Voci Fraterne)






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