In più di un’occasione si sente parlare di “disagio”, un termine oramai principalmente usato per descrivere il mondo giovanile e tutti i suoi aspetti. Cerchiamo di analizzare il rapporto tra quel mondo e le sostanze stupefacenti.
La droga, purtroppo, è diventata una presenza continua nella nostra società. Ogni giorno, in una maniera o in un’altra, giornali e televisione ci parlano di questo problema. Spesso il loro approccio risulta però confuso: vengono messi insieme tossicodipendenza, pericoli per la sicurezza, paesi produttori, riciclaggio, mafia, ecc.
Cerchiamo allora di ricostruire uno spaccato del mondo giovanile, per far conoscere i percorsi che conducono i giovani alla droga. Questo loro mondo non è omogeneo né di facile individuazione, né distaccato dal resto della società. Essi sono strutturalmente collegati al resto della collettività, ma hanno un’identità particolare, più fragile, che vive in stretto rapporto con la complessità del sistema sociale, di cui sentono gli stimoli, le ansie e i turbamenti.
Il disagio giovanile parte è parte di una crisi più ampia che copre l’intera società. La precarietà dei valori, la flessibilità in tutti i campi, la perdita di simboli sociali condivisi, l’incertezza e la paura del futuro sembrano confermare in pieno quello che stiamo descrivendo. Dobbiamo però precisare alcune cose. L’espressione “devianza giovanile” ha diversi significati, per cui dobbiamo mettere a fuoco le principali dimensioni sociali entro cui si muove e interagisce il giovane: la famiglia, la scuola, i luoghi di socializzazione nel tempo libero. Proseguendo in questa analisi, si evidenziano quei fattori di rischio che minacciano il mondo dei giovani, fino a invitarli al consumo di sostanze stupefacenti.
D’altro canto, attraverso le droghe, l’uomo ha sempre cercato di curare il male, di fuggire gli affanni, le preoccupazioni, la tristezza, di rompere i vincoli della quotidianità, di acquisire una percezione mistica e giungere a esperienze diverse. Ma quali sono le principali ragioni di un fenomeno così vasto e radicato nella storia?
Alcune difficoltà sono state riscontrate nell’affrontare il problema delle droghe “ricreazionali”, in modo particolare “l’Ecstasy”. La storia di questa sostanza è recente, come quella delle anfetamine. Nate come sostanze farmacologiche con effetti stimolanti, esse vennero ben presto utilizzate dagli studenti americani per vincere il sonno durante la preparazione degli esami.
Da questo uso “funzionale” allo studio, la pratica scivolò verso una funzione diversa e tipica delle sostanze stupefacenti. Stupisce però il fatto che l’ecstasy abbia avuto una diffusione così rapida in tutti i paesi a più alto tasso di sviluppo, portando i giovani al culto “dell’estremo”, che significa ballare tutta la notte, per poi ricominciare all’alba e finire nel pomeriggio del giorno dopo. L’ecstasy funziona come “additivo” per tenere questo tipo di ritmo.
Il disagio, quindi, non è il prodotto delle sostanze assunte, ma è antecedente, e l’uso di queste droghe ne è il risultato. L’individuo deve affrontare problemi in una situazione in cui sta male o è soffocato da paure e da bisogni di vario tipo. Questo è un motivo per cui le comunità terapeutiche o qualsiasi altro intervento di prevenzione deve tendere a ridurre l’emarginazione cercando di ricostruire, in termini reali e puliti, l’ambiente in cui il giovane è inserito o deve essere collocato in un prossimo futuro. In quest’ottica si può ben comprendere l’aumento del numero dei centri abilitati al loro recupero. Una cosa importantissima è l’impegno costante per un dialogo con i giovani.
C’è da precisare anche che la figura del consumatore “medio” è mutata. Adesso occupa settori di punta, vive in famiglia, ha buoni stipendi e ampie risorse da investire nel tempo libero. In questo modo muta anche il lavoro del legislatore, che non può pensare un approccio solo repressivo. Per questo c’è un nuovo ruolo assegnato dalla Legge al Ministero della Sanità, al quale compete il controllo su qualunque attività lecita di produzione, di commercio, di distribuzione e di aggiornamento delle tabelle delle sostanze soggette a controllo. Oggi c’è, quindi, la consapevolezza che gli strumenti di lotta e di repressione usati qualche anno fa, non costituivano un adeguato “deterrente” contro i grandi manovratori dell’importazione e dello spaccio di tali sostanze stupefacenti.
I nuovi giovani
In questa epoca si è giovani in modo molto diverso da prima. Se a poco tempo dalla fine della guerra si nasceva e si cresceva nel mito della Resistenza, della lotta per la democrazia e contro ogni tipo di oppressione, oggi l’unico dato certo è la fine delle grandi narrazioni che hanno attraversato e plasmato il secolo che è finito pochi anni fa. Anche la politica, che negli anni 50 era stata attenta soprattutto ai grandi temi ideologici ed economici, che dovevano portare a profonde riforme culturali ed istituzionali, oggi è orientata a interventi sui singoli problemi.
Questo disorienta un po’ i giovani. Infatti, solo quelli con più elevati livelli di istruzione sono in grado di affrontare i grandi temi politici e, nello stesso tempo, di essere attivi e concreti nelle comunità in cui vivono. A partire dalla loro stessa vita quotidiana. Tali aspetti ci aiutano a capire l’apparente contraddizione fra il rifiuto della politica espressa da molti giovani, e la rinnovata disponibilità di consistenti minoranze a mobilitarsi su temi come quello della pace, dei diritti dell’uomo, della libertà dell’individuo, ecc.
In questa situazione emerge un problema grosso: la disoccupazione e i lavori dequalificati. L’impegno dei giovani profuso nel cercare lavoro e nel lavorare in condizioni di particolare “sfruttamento” ci fa riflettere sul fenomeno giovanile chiamato “allergia al lavoro” e possiamo dire che tale definizione è sospetta.
Il posto fisso non esiste più (o quasi), come non esistono più le grandi concentrazioni operaie … Esistono la fortuna, la “sfiga”, la bravura, la furbizia, l’intelligenza, la sveltezza, l’intuizione. Tutto ciò crea diversi problemi negli animi dei nostri giovani (ma anche dei meno giovani).
A questo punto la droga diventa auto-terapia, nel tentativo di alleviare uno stato di disagio, di evitare di affrontare compiti particolarmente difficili o di riconoscere a se stessi l’impossibilità di “seguire la moda”, “di avere il motorino più veloce”, “di non riuscire a passare quell’esame”…, esigenze imposte da una società che non aspetta.
Oggi si riconosce che le tossicodipendenze dilagano in tutti i contesti, coinvolgendo ragazzi di diverse estrazioni sociali. Assistiamo anche alla creazione di “musiche” adatte al consumo di droga, di vestiti da indossare nei raduni particolari, in discoteca e tutto questo diventa il marchio di fabbrica di un gruppo sociale che dell’uso di “sostanze” fa il suo elemento di diversificazione. La parola d’ordine è: stupire, attirare l’attenzione per non essere più soli.
Il disagio risulta il frutto di una condizione di malessere che “si sente”, ma non necessariamente “si vede”. Quando trattiamo di “disagio giovanile” intendiamo allora affrontare i problemi a cui un giovane va incontro nella transizione all’età adulta e i vari condizionamenti a cui è sottoposto a contatto con la società complessa.
La famiglia nella nostra società
Parlando di questo disagio giovanile non possiamo non affrontare il notevole processo di evoluzione che il contesto familiare ha subito all’interno della nostra società. Infatti, la famiglia rappresenta a tutt’oggi il luogo più idoneo per la formazione dei figli e il punto di riferimento ideale di solidarietà e di assistenza per l’intera società.
La famiglia ha vissuto però, nel corso degli anni, una profonda trasformazione in particolare per la diffusione, almeno in alcune zone, di un benessere mai goduto fino ad ora e il conseguente superamento dello stile di vita tradizionale.
Nel rapporto giovani-droga il ruolo della famiglia e la sua armonia rappresentano variabili importanti. I giovani che vivono da soli e che hanno fatto uso di droghe sono circa il 24% mentre la percentuale di quelli che vivono in famiglia sale al 30%.
Il primo caso implica una mancanza di contatto diretto, continuo, con i genitori. Questo potrebbe giustificare un vuoto di affettività che rende più facile la ricerca di “esperienze” pericolose. Mentre, di fronte al secondo caso, possiamo dire che non c’è stato rapporto tra i giovani e i genitori (e gli altri parenti), e la famiglia non ha saputo svolgere il suo ruolo, anche se al suo interno si trovano diversità generazionali. Da ciò si nota che entra in crisi il rapporto di convivenza, rapporto che dovrebbe legare il giovane agli altri membri del nucleo familiare. Un elemento essenziale per percepire la qualità della convivenza all’interno di una famiglia, dunque, riguarda il tipo di rapporto che lega il giovane con gli altri membri del nucleo. Alla specifica domanda (sul rapporto coi genitori e i componenti la loro famiglia) il 53% degli intervistati ha definito “buoni” i propri rapporti coi genitori; il 36% li ha definiti “discreti”.
Da queste ricerche sembra che emerga in netta evidenza il dato che, per evitare il consumo di sostanze stupefacenti, i giovani devono vivere in un ambiente sereno, con buoni rapporti interpersonali quali il dialogo, la comprensione, la solidarietà, la condivisione delle gioie e dei dolori. In questi ambienti la possibilità di incontrare consumatori appare bassissima (3,5%) rispetto a quelli dove la convivenza è stata definita “discreta” (6,7%). Più che doppia, invece, per i membri di famiglie caratterizzate da incomprensione (14,6%); diviene preoccupante dove regna l’indifferenza (28,6%). Questi dati, seppur numerici, danno la sintomatologia del rischio a cui sono soggetti i ragazzi inseriti in contesti familiari deteriorati. Dalla ricerca risulta che il 5,7% vive solo con la madre e l’11,1% solo con il padre.
Anche in questo caso la disaggregazione consente di mettere in luce l’importanza della presenza congiunta in famiglia dei due genitori. Fortunatamente, ci sono moltissimi ragazzi che attribuiscono importanza alla famiglia e manifestano la loro intenzione di sposarsi e di avere figli.
Certo è che i grandi cambiamenti che hanno caratterizzato la nostra società, hanno portato in particolare a una crisi della famiglia-unita. Si è assistito quindi ad un cambiamento delle relazioni sociali, permettendo un sistema di ruoli più flessibile, con coppie che hanno cominciato ad abbandonare metodi di insegnamento e di educazione a lungo seguiti.
Il consistente cambiamento nell’organizzazione familiare, con entrambi i genitori spesso assenti perché impegnati fuori casa per lavoro, le modificazioni nella gerarchia dei valori, la flessibilità e la reversibilità dei ruoli, il ricambio generazionale e le tante contraddizioni dell’intero sistema sociale, hanno contratto nel nucleo familiare molti elementi di disagio, di difficoltà, di crisi. Di qui il modificarsi di tempo, di energie, di risorse da dedicare ai figli. Questo può generare distacco, sfiducia o addirittura rifiuto da parte delle generazioni dei più giovani verso i valori tradizionali, e dal versante opposto smarrimento ed incertezza fra gli stessi genitori nei confronti dei valori da trasmettere. La presenza di numerose strutture fuori dal nucleo familiare, alle quali si delegano talune funzioni educative, fa sì che si generino individui sottomessi, scarsamente autonomi e comunicativi, che promuovono azioni autodistruttive o di ricerca quasi sfrenata del piacere e di quell’appagamento che non trovano altrove.






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